video
play-sharp-fill

La Traviata all’Arena Opera Festival

Si apre con “La Traviata” il gran tour estivo dell’opera in Arena, anziché con le più frequentate Aide e Nabucchi. Scelta controcorrente, anniversario significativo. Perché a Verona, città dal turismo musicale da 10mila ospiti a battuta, ottant’anni fa, nel 1946, fu proprio questo titolo verdiano a riaprire le stagioni popolari dell’opera all’aperto, dopo la guerra. Bene ricordarlo. Ma coraggiosi oltre ogni consuetudine nell’osare il bis: le prime due sere del Festival edizione numero 103 sono infatti tutte per lei, Violetta Valéry. Inaudito.

Chiedilo al Sole

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Pazzia per pazzia – o meglio, sfida per sfida – lei è pure una debuttante e pressoché sconosciuta, Martina Russomanno. Ventotto anni, eroica. Ha appena finito di cantare il Rossini serio di “Tancredi” a Roma e nelle corde le è rimasto il gusto elegante, la coloritura fine, il colore luminoso. La voce è piccola, si proietta bene. E la dizione è perfetta, l’adesione al personaggio spontanea e senza cascami da routine. Canta tutto con dedizione, con tenacia, dalle grandi scene ai sussurri: dal finale primo atto molto belcantistico e stilisticamente ritrovato alla dolente lettera nel terzo, letta veloce, con la immediatezza di una ragazza che sa a memoria le banali parole rassicuranti di un papà Germont truffaldino. “É tardi!”. Come lo scolpisce bene Martina, giovane soprano, altissima su tutto il cast e non solo per quel metro e ottanta da top model. È toccante la sua ricreazione tecnica ed emotiva del ruolo.

Yusif Eyvazov

Sola e abbandonata, sì. Perché intorno a lei il resto del cast viaggia invece sulla rassicurante routine da Arena: del tenore è impossibile innamorarsi, per come lo canta Yusif Eyvazov, tutto piatto, distratto sulle parole, come fosse appena arrivato a Verona, le valigie pronte per scappare. Del resto ben sette saranno gli Alfredi in alternanza nelle tredici repliche: “Hotel Traviata”, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Quanto al baritono, Amartuvshin Enkhbat, si conferma inappuntabile, timbro spalmabile, tutto a posto, ma zero emozione. Il regista Paul Curran, che debutta anche lui in Arena, e ha umorismo scozzese nell’impossibilità di gestirlo attorialmente, gli consegna il tic gustoso del cappello: un copricapo largo, da campagna, ciancicato, ben diverso dai cilindri snob dei clienti del Moulin Rouge, dove l’opera viene ambientata. Qui tutti pensano allo sfoggio di abiti bizzarri e alternativi, tra can-can e toreri lascivi, in stivaletti bianchi con tacco, inadatti alle corride. Invece lui, papà Germont, pensa solo al cappello, guai a chi glielo rubi: alla fine dello straziante duetto con Violetta addirittura si tuffa sul divanetto, che lei non glielo porti via.

Juan Guillermo Nova

L’aridità del cuore si vede dai dettagli, con un brano regista. Quanto alle presenze forti, imprescindibili visivamente in Arena, spiccano nella scenografia di Juan Guillermo Nova il grande elefante e il mulino con le pale simboliche di Montmarte. L’animale viene utilizzato anche da Violetta, come balcone (ah, Giulietta) dove attaccare “Ah forse è lui”. Atletica, Martina Russomanno vi discende veloce, per saltare poi con un balzo sul coda in mezzo al palcoscenico. Evitabile. Il pianoforte di Liszt non avrebbe gradito. Elefante e pale, oggetti simbolici di apertura atto primo, svelati dopo una sfilata di cartelloni pubblicitari anni Venti, avrebbero potuto restare, modificandosi, nel corso di tutta l’opera. A creare continuità e grandiosità. Mentre chiudere con il solito letto e i soliti mobili accatastati spegneva la teatralità. Raffinata, negli abiti di lei firmati da Stefano Ciammitti, copiati da Monet.

Ultimo, perché primo, va citato di questa nuova “Traviata” il direttore Michele Spotti: il braccio giovane più bello. Trentatré anni, inzuppato di musicalità, autorevole e sicuro anche nei grandi spazi. Perfetto nel tenere con energia il Coro, di Roberto Gabbiani, sempre preziosamente articolato, e l’Orchestra dal bell’impasto. E con un feeling privilegiato con lei, la Violetta di Martina Russomanno. Cosa rara, in Arena, reinventarne il cuore strumentale.

condividi

© 2023 Radio Vacri