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Giulio Cesare in Egitto di Georg Friedrich Händel al Teatro del Maggio

Diventa un thriller comico “Giulio Cesare in Egitto” nella regia di Davide Livermore, che in uno degli spettacoli più riusciti rilegge l’opera di Händel ambientandola su un piroscafo di lusso, di nome Tolomeo, in crociera lungo un Nilo molto protagonista. Acque in tempesta, cullanti o rosso sangue, bombardamenti amorosi e non, abiti chic e bimotori a elica, sul calco degli anni Trenta di Agatha Christie. Nato a Montecarlo, due anni fa e ripreso a Zurigo, il virtuale naviglio approda con sfarzo e allegria al Maggio Musicale, concludendo in gloria la terna operistica del Festival. Tuttavia ad emozionare e accendere, al di là di spari clangorosi ed esplosioni, sono adesso le voci messe in campo: in gara di intensità espressiva, crescendo emotivo, contagioso virtuosismo. La prima, di domenica pomeriggio, diventa una emozionante festa delle voci. Ricreate nuove ad ogni attacco orchestrale, ad ogni parola simbolica, ad ogni “da capo”.

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Il canto diventa sottile ironia

Merito della tenuta musicalissima del podio di Gianluca Capuano, che dialoga serrato con una Orchestra smagliante, senza far finta di essere anticata, e con una squadra di cantanti d’oro. A partire da lui, Giulio Cesare, l’inconfondibile Raffaele Pe: sempre più libero, sempre più attore. Il canto diventa sottile ironia. L’intesa è perfetta con la Cleopatra di Mariangela Sicilia, vera toccante primadonna. Festeggiatissimo, punteggiato da intensi applausi in coda alle Arie più belle – praticamente tutte, che gara di invenzione – il titolo non era mai andato in scena a Firenze. Debutta ora, da non credersi.

Il teatro di affetti di Händel fa breccia anche nel cuore di Livermore e dei suoi, Giò Forma alle scene, video di D-Work, luci di Antonio Castro. Perciò eccolo costruire, d’intesa con il direttore, una drammaturgia a grande arcata: si parte scanzonati, in clima libero da notte in crociera, dove il gioco di finzioni reciproche tra Cesare e Cleopatra maschera un amore da cabaret. Presto si arriva al dramma, dove le tinte e i gesti incarnano il dolore universale. Dall’abisso si risale, per un lieto fine sorridente, amabilissimo. Con tanto di foto di gruppo, flash, applausi. Chi pensi al barocco come parata statica di numeri chiusi e senza oscilloscopio, si deve ricredere. Il perno su cui l’opera svolta è l’Aria di lei, “Se pietà di me non senti”, assertiva di morte e tenuta con un controllo di fraseggio e tinte assoluti: fasciata in lungo dorato (gli abiti di Mariana Fracasso sono davvero eleganti, da film hollywoodiano) Mariangela Sicilia associa in perfetta combinazione il disegno vocale con quello del corpo. In piedi, sola, tiene lo spazio vuoto della scena. In quattro banalissimi ottonari dispiega un mondo. Che la vede anche china a terra, vinta. Ma nel finale a braccia levate, mentre il mantello sulle spalle diventa alato, in apertura in volo.

L’ironia rimane comunque il pedale vincente dello spettacolo. Raccolto e rilanciato con naturalezza da Raffaele Pe, che ha l’intelligenza di raccontare Cesare partendo dalle parole pompose del libretto, orlate di accademia e sottilmente tanto comiche in un contesto di amori e guerra. Anche per lui, comunque – voce scherzosa, sorriso, ballerino scanzonato – arriva il momento di autocoscienza: un medaglione a sé, un fermo-azione, “Aure, deh, pietà”. Dove la “a” iniziale viene tenuta all’infinito, e non solo quale sfoggio di fiato da record. La bravura del protagonista si contagia a raggiera agli altri due controtenori in locandina: Sesto è il giovane Nicolò Balducci, timbro lucente, vibratile, spontaneo, mentre Filippo Mineccia canta Tolomeo, introspettivo, sofferto, contraddittorio. La bravura teatrale dimostra la qualità tecnica ormai raggiunta da questa vocalità, eccentrica ieri e a volte poco gradevole, oggi finestra su nuovi traguardi. Fleur Burron recita da attrice la parte dolente di Cornelia, l’integerrima fedele; Achilla di bel timbro è Valerio Morelli. Curio è Davide Sodini, Nireno Janekta Hosco: anche nelle parti di contorno la cura è perfetta. Come in Orchestra il passo del corno di Alessio Dainese o il violino in scena, in gara di fioriture.

Con la nave di Klinghoffer si era aperto il Maggio. Con la nave ribattezzata “Cesare” si chiude.

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