Pop
Dopo gli Ought, Tim Darcy continua a usare il post-punk come strumento di osservazione. Il terzo disco cattura il disagio del presente
di Fernando Rennis
L’ispirazione può arrivare in qualsiasi momento, anche in mezzo a ottantamila persone che protestano contro l’aumento delle tasse universitarie. È successo nel 2012 a quattro studenti che avevano messo su un gruppo a Montreal qualche tempo prima, ma si fanno travolgere da quello “spirito rivoluzionario di radicalismo e avventura” che cominciano a infondere nel loro post-punk. Gli Ought sono stati una splendida meteora del panorama indie internazionale. Dopo un paio di Ep hanno incantato la critica e il pubblico con i loro primi due album: “More than Any Other Day” del 2014 musicava testi caustici con piglio intellettuale attraverso echi di Television, Sonic Youth e Fugazi. L’anno dopo “Sun Coming Down” sublimava il talento del quartetto, forte di brani cinematici, capaci di dare ulteriore profondità allo spoken word alternato alla melodia di Tim Darcy. Nel 2018 gli Ought mostravano con “Room Inside the World” la capacità di sintesi, muovendosi dentro un perimetro di durata dei brani più stretto, ma senza rinunciare ad ampliare ulteriormente il ventaglio di possibilità sonore.
Il nuovo inizio post-pandemia
Nel 2021 arrivano all’improvviso due notizie: gli Ought non sono più una band, mentre i due membri Tim Darcy e Ben Stidworthy ne hanno fondato una nuova con il batterista Evan Cartwright. Quello fondato dieci anni prima era un gruppo nato per divertimento e finito per diventare una macchina da live. Peccato, ad averne di così intensi e centrati. Il nuovo capitolo è quello dei Cola, che nel 2022 pubblicano “Deep in View” e due anni dopo “The Gloss”, due album in cui la matrice post-punk è ben ancorata al centro della stanza. Attorno le orbita un art-punk intriso di elettronica che spinge verso la sperimentazione ma si lascia attraversare da melodie improvvise. Ma il vero manifesto del gruppo arriva nel 2026 con “The Cost of Living Adjustment”, una polaroid di questo nostro presente dove il capitalismo schiaccia aneliti socialisti e la nostalgia è diventata parte integrante del quotidiano.
Una geometria emotiva
Si respira un’inquietante serenità nelle strofe dell’iniziale “Forced Position” che si fa tesa nei ritornelli, mentre Darcy sorvola le variazioni con il suo flusso poetico astratto, costruito su ripetizioni e immagini atmosferiche: pioggia, temporale, fulmini, «qualcosa che si rompe». Gli Stone Roses ingrigiti dai Cure aleggiano in “Hedgesitting”, mentre la stralunata “Fainting Spells” è un’accettazione della propria vulnerabilità. Una realtà artificiale e ambigua si riflette nel paesaggio di “Haveluck Country”, così come “Satre-torial” restituisce l’immagine di una borghesia noiosa, ossessionata dal proprio status. L’apertura di “Polished Knives” contrasta con strofe più oscure che ricordano i chiaroscuri dei Dry Cleaning e sono invece gli Strokes a riecheggiare tra le pieghe di “Much of a Muchness”, dove c’è un paziente da salvare. I Cola si divertono a fare incursioni nello shoegaze (“Third Double”) e nell’elettronica (“Conflagration Mindset”), prima di tornare alla propria geometria sonora ed emotiva con l’escapista “Favoured Over the Ride”. La cangiante “Skywriter’s Sigh” ci lascia un doveroso avvertimento: «Don’t romanticize a better time». Qui Darcy fa il verso a Morrissey e si congeda con l’ennesimo album interessante della sua carriera.
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