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Ed O’Brien ha smesso di nascondersi

Pop

I Radiohead si concentrano sui progetti solisti: è uscito l’album di Jonny Greenwood, mentre voci insistenti parlano di un disco di Thom Yorke

di Fernando Rennis

Un pomeriggio del 2020, mentre il mondo si era rimpicciolito fino ai bordi di un appartamento, Ed O’Brien fa una diretta Instagram e si ritrova a parlare per quasi un’ora con uno sconosciuto di Houston che la settimana prima aveva perso uno zio e un fratello per complicazioni da Covid. Quando aveva cominciato quei collegamenti improvvisati, dirette con gente del calibro di Paul McCartney e Jim Jarmusch, O’Brien non si era immaginato una conversazione del genere. A cinquantun anni, trenta dei quali trascorsi come chitarrista in uno dei gruppi più famosi del rock contemporaneo, si era lasciato accarezzare dal dolore di un estraneo. L’esperienza ha toccato nel profondo Edward John, nato a Oxford e studente di quella Abingdon School nell’Oxfordshire, dove aveva incontrato i futuri compagni di Radiohead. Il suo, di esordio, era arrivato proprio nel 2020 con l’album solista “Earth”, in cui si firmava con le sole iniziali EOB per tenere il suo nome a distanza di sicurezza. Il successore, “Blue Morpho”, è un tentativo di riconnessione con sé stesso, a partire dalle sue generalità.

Quattro anni nel buio

“Blue Morpho” nasce da una depressione profonda che ha colpito O’Brien subito dopo l’uscita di “Earth”. Per quattro anni ha passato ore suonando la chitarra nel suo studio londinese, senza una direzione né uno scopo prefissato, ma catalogando tutto quello che emergeva, seguendo un metodo che Thom Yorke gli aveva suggerito anni prima come segreto della scrittura. Le fondamenta dell’album hanno preso forma in Galles, nelle sessioni con il talentuoso produttore Paul Epworth – conosciuto tramite la scuola dei figli – e l’ingegnere del suono Riley MacIntyre. Il puzzle si è completato con una serie di incontri fortuiti: a Glastonbury, O’Brien incrocia il sassofonista Shabaka Hutchings, parlando di frequenza e risonanza naturale; Hutchings avrebbe poi registrato i flauti. In Estonia, inseguendo la musica di Arvo Pärt, conosce il compositore Tõnu Kõrvits, che si sarebbe occupato degli arrangiamenti degli archi eseguiti dalla Tallinn Chamber Orchestra. La forma definitiva del disco prende corpo allo studio Church di Londra, uno spazio sacro di duecento anni. La sequenza fu affidata a Flood, il missaggio a Ben Baptie.

Il compositore O’Brien

Il titolo dell’album si riferisce a una farfalla sudamericana iridescente, il suo inizio è affidato a chitarre acustiche sospese. “Incantations” è un folk che si lascia ipnotizzare da dissonanze e tribalismi, sfiorando picchi estatici nei suoi quasi otto minuti di durata. Nel brano che dà il nome al disco rivivono alcune atmosfere di “A Moon Shaped Pool”, con tanto di archi arabeggianti e un momento in cui rivive “Subterranean Homesick Alien”. Effettivamente, O’Brien deve combattere con orecchie abituate a quelle sonorità dei Radiohead che lui stesso ha contribuito a costruire, come l’arpeggio inquieto di “Sweet Spot”. Ma quando arriva il trip hop in salsa Madchester di “Teachers” o l’intermezzo sperimentale “Solfeggio” è evidente la capacità autoriale del chitarrista, che già nel lontano 1999 aveva composto una colonna sonora ambient della miniserie BBC “Eureka Street”. Si muove in questa direzione l’eterea “Thin Places”, che lascia il posto a “Obrigado”, suite finale capace di passare dal Brasile ai Pink Floyd trainata dalla voce brillante di O’Brien.

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