Musica
Il gruppo danese ha costruito una carriera sull’idea del collasso; il quintetto continua a esporre il post-punk a contaminazioni, ma questa volta il caos suona come una dichiarazione d’amore
di Fernando Rennis
Nel marzo del 2007 le forze speciali danesi calarono con un elicottero militare sul tetto dell’Ungdomshuset di Nørrebro per sgomberare quello che era stato per venticinque anni il cuore della controcultura giovanile di Copenaghen. Fu la più grande operazione di polizia in Danimarca dai tempi dell’occupazione nazista. Elias Bender Rønnenfelt ci andava da quando aveva dodici anni: era il posto dove aveva bevuto le sue prime birre, dove un ragazzo con il rossetto poteva entrare senza rischiare di essere picchiato. Aveva quindici anni quando le barricate coprirono il quartiere. L’anno seguente, nel 2008, Rønnenfelt fondò gli Iceage con i compagni di scuola Johan Suurballe Wieth, Dan Kjær Nielsen e Jakob Tvilling Pless. Avevano diciassette anni. Quella stessa tensione – qualcosa che sta per cedere e bisogna tenere insieme – entrò nella musica fin dall’inizio: vampate hardcore, un post-punk gotico, quel senso di minaccia che Iggy Pop avrebbe percepito nel definire la band «l’unico gruppo punk attuale che suona davvero pericoloso». In diciotto anni e sei album – con l’aggiunta del chitarrista Casper Morilla Fernandez – gli Iceage non hanno mai cambiato il loro principio fondamentale: musicare un crollo in cerca della speranza.
Chiedilo al Sole
Domande di approfondimento generate da 24Ore AI
Un ritorno al passato
“For Love of Grace & the Hereafter” nasce da un ritorno. Dodici anni fa la band aveva registrato “Plowing into the Field of Love” allo studio Silence, una casa di campagna nella Svezia rurale vicino al confine norvegese. La scelta è scaturita dalla ricerca di una tensione specifica, di quell’energia che si accumula e ha bisogno di essere rilasciata. I testi sono stati volutamente scritti nelle settimane immediatamente precedenti alla registrazione, per mantenere viva una sensazione di rischio e spontaneità. In studio, il gruppo ha lavorato con il produttore Nis Bysted riducendo tutto all’essenziale, con poche sovraincisioni. Il risultato è un album di dodici brani che è, insieme, il più rifinito e il più fisico della loro carriera: lucido in superficie, caotico nel profondo. Ancora una volta gli Iceage contaminano il loro post-punk come avevano fatto in grande stile nel capolavoro “Plowing into the Field of Love” e nel meno riuscito “Seek Shelter”.
Una stabilità precaria
È forse in questo equilibrio tra abisso e natura che la creatività del cantante raggiunge il giusto stato di ebollizione, come si evince nel primo singolo degli Iceage in cinque anni. “Star” parla di un amore che fa sentire come una stella morente attraverso un basso in primo piano, chitarre irrequiete, battimani e una melodia avvolgente. Il piglio pop la band l’ha sempre avuto sin dagli esordi, così come il fascino di mettere insieme diversi elementi, come il glockenspiel che anticipa la cavalcata “Ember”, incurante di un ritornello mordace: «Ti amo in un modo inquietante». Questo carattere impetuoso è evidente sin dal brano d’apertura “The Weak”, registrata a presa diretta e incastrata in «un’intera città di speranze e sogni recisi» dove rullate di batteria si confondono tra chitarre martellanti, battimani, fischi scomposti, flauti straziati. È proprio questa euforia il tratto distintivo di un disco che in alcuni punti ricorda i Wire, in altri si lancia verso momenti acustici.