Siamo a Lido di Camaiore, la sabbia si alza a folate, l’aria è bollente. È la Versilia, con il mare a pochi metri e l’odore dell’estate ovunque. Ma quando i Gorillaz salgono sul palco del festival La Prima Estate – il 27 giugno, headliner della seconda serata del secondo weekend – qualcosa nell’atmosfera cambia direzione: il concerto si apre con il suono sottile del bansuri, il flauto traverso indiano, e con una sequenza che in qualche modo evoca la puja, la cerimonia sacra dell’induismo, tra offerte di fiori, cibo, lampade accese e mantra sussurrati. Da quell’immaginario rituale ed esotico i Gorillaz fanno partire il viaggio dentro The Mountain, il nono album in studio della band “virtuale” del cantante e musicista britannico Damon Albarn e del fumettista Jamie Hewlett. Da lì il concerto prende la forma di un viaggio: dentro ci sono l’India dei suoni e delle immagini, l’Africa dei ritmi, il rap degli ospiti e il pop britannico. E c’è soprattutto Albarn, che ancora una volta usa i Gorillaz non come macchina della nostalgia, ma come spazio dove far dialogare epoche, lingue e tradizioni.
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Credit: Fabio Paleari
Prima di loro si esibiscono Nation of Language e Wolf Alice, ma il pubblico è lì soprattutto per questa creatura che, 25 anni dopo l’uscita del primo disco, non ha nessuna voglia di vivere di rendita. Le hit arrivano tutte, ma non hanno l’aria del repertorio da museo: da 19-2000 a On Melancholy Hill, da Feel Good Inc. a Clint Eastwood, finale travolgente con Albarn avvolto in un mantello color porpora. I brani storici si mescolano a quelli nuovi, si vestono di nuovi arrangiamenti e, soprattutto, fanno capire quanto i Gorillaz di oggi siano lontani dagli inizi, e quanto Albarn, nel tempo, si sia spinto ben oltre il mondo dei Blur. Chi continua a pensare ai Gorillaz come a una band virtuale, tra l’altro, deve aggiornare il file: gli ologrammi non sono spariti, però arretrano. 2-D, Murdoc, Noodle e Russel restano nei disegni di Jamie Hewlett, proiettati sui maxi-schermi del festival. Davanti invece c’è un organismo vivo, fatto di un gran numero di musicisti, coriste, ospiti, ingressi e uscite continue, un gioioso viavai che sembra voler evocare una geografia intera.

Credit: Fabio Paleari
Sul palco salgono così Kara Jackson, intensa in Orange County, Yasiin Bey, che trascina con Stylo e Damascus, Bootie Brown per Dirty Harry, Pauline Black per Charger. Ogni ingresso sposta l’asse e allarga il campo, dando forma al sogno globalista dei Gorillaz, ma meno cartoonesco di un tempo. Il passaggio forse più commovente è l’omaggio ad Asha Bhosle, una delle grandi voci del cinema e della musica indiana del Novecento, scomparsa ad aprile (a lei era dedicata Brimful of Asha dei Cornershop, a proposito di ricordi del Britpop). Un altro lutto, come quello che porta dentro di sé la scrittura di The Mountain: mentre l’album prendeva forma, sia Albarn sia Hewlett hanno perso i loro padri a pochi giorni di distanza.
Attorno, la Versilia fa la sua parte e regala l’atmosfera da grande raduno estivo. La logistica resta un pizzico problematica: mettere insieme così tanta gente in un parco e garantire a tutti una buona visuale è una sfida che il festival non sempre vince. E c’è lo scivolone iniziale di Albarn, che sale sul palco dicendo “ciao Lucca”, poi si accorge dell’errore e si scusa con il pubblico. Racconta allora che una volta, a New York, lo presentarono a Paul Simon – suo idolo – ma usando un nome sbagliato. “Quindi lui non saprà mai chi era quella persona che ha conosciuto”, dice. La confidenza gli serve per chiedere perdono. È un siparietto, non il cuore del concerto, ma vien da pensare che il mondo sarebbe un posto migliore, se ci fossero più artisti capaci di stare sul palco così, senza corazza, come Damon Albarn.
I Gorillaz torneranno nel nostro paese il 25 luglio, in Piazza Unità d’Italia a Trieste.