Anteprime
Il 10 luglio esce il 25esimo album della rock band più longeva di sempre. Lo abbiamo ascoltato in anteprima: ecco cosa ci abbiamo capito
di Francesco Prisco
Certi vini devono decantare. Mick Jagger, ormai cittadino onorario di Portopalo Capo Passero, se lo sarà detto tante volte pasteggiando a Nero d’Avola tra una sgommata d’Apecar e qualche festa interrotta dai carabinieri. Perché i prodotti costosi decantano ed, evidentemente, pure i produttori costosi: lo dimostra Foreign Tongues, 25esimo album in studio dei Rolling Stones in uscita il 10 luglio, il secondo consecutivo prodotto da Andrew Watt dopo Hackney Diamonds (2023), quello che suonava come un’operazione troppo para-cool per stare degnamente nella discografia stonesiana.
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Per fortuna Foreign Tongues («Lingue Straniere», titolo che gioca col marchio di fabbrica e insieme inneggia al cosmopolitismo, in un’epoca di frontiere che si richiudono) rimette la chiesa al centro del proverbiale villaggio: il disco è un tributo alla storia degli Stones, ne attraversa le stagioni (il blues ruvido, il country, l’infatuazione per disco music e punk di fine anni Settanta) con la faccia tosta di chi, nonostante tutta questa storia, ha ancora qualcosa da dire sul mondo che si vede girare intorno. Watt, un grande normalizzatore, apprezzato dalle major per la capacità con cui rivitalizza i vecchi leoni del rock (appiattendone in parte il suono), stavolta sta al gioco e il risultato si vede.
«Sa come far muovere un gruppetto di vecchi e dire: “Forza, proviamo!”», ride Keith Richards. «È un grande motivatore. Non ti lascia andare. Ma nemmeno io lascio andare lui: abbiamo un ottimo rapporto». Jagger «con lui» dice di sentirsi molto a suo «agio. Conosco il suo metodo. Non sapevo se avrebbe funzionato per tutti, ma si vede dai risultati». Ronnie Wood aggiunge: «Andrew ci ha comandato ancora di più rispetto al disco precedente. È pieno di energia. Ci conosciamo meglio, quindi tutto è stato più fluido. Essendo anche musicista, suona molto nel disco: è un po’ come Jimmy Miller».
L’album si apre con Rough and Twisted, bluesaccio elettrico alla Muddy Waters – citato nel testo – che non vuole fare nulla per piacerci, anzi: lo dimostra il fatto che i Nostri lo avevano messo in circolazione in anteprima con lo pseudonimo di Cockroachers. Della serie: manco il nome della più longeva rock and roll band di sempre vogliamo sfruttare.
La strizzata d’occhio pop, in ogni caso, arriva col secondo singolo In the Stars, pop rock con un ritornello che non ti molla più in antitesi alla strofa che invece è costruita sul solito riff affilato di Keith. Il video, con gli Stones riportati artificialmente alla forma degli anni Settanta a giocare a Rockin’ 1000 con le nuove generazioni, rappresenta uno dei modi più divertenti in cui l’Ai oggi possa sere applicata alla musica.