Musica
Il Governo lancia la candidatura a bene immateriale delle canzoni tradizionali. Ma a Napoli non c’è ancora un indotto legato al genere
di Francesco Prisco
A Napoli poche cose vengono prese con la stessa serietà del calcio. Per uno strano scherzo del destino, a una manciata di giorni dall’inizio dei Mondiali 2026, i terzi consecutivi senza gli azzurri in campo, il governo italiano decide di lanciare la candidatura della Canzone napoletana classica a patrimonio immateriale dell’Unesco, in un evento con Milly Carlucci, Placido Domingo e Patti Smith (sic) enfaticamente intitolato «Campioni del mondo. Italia loves Unesco».
Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi lo ha spiegato così: «Qualcuno mi ha chiesto se questo nome sia provocatorio o ironico per via della nostra esclusione dai Mondiali di calcio. Io rispondo che non è nessuno dei due: vogliamo affermare che l’Italia è campione del mondo» in altri ambiti, oltre che «in altri sport». Intanto, ironia per ironia, l’evento si celebra a Verona, piazza che non ha un grandissimo feeling con Napoli e i napoletani.
Già ci immaginiamo il Leitmotiv nei bar del Rione Sanità. Gigio Donnarumma (nato a Castellammare di Stabia) non incrocerà i guantoni con i vari Vinicius, Lautaro e Dembélé? Ma che ce ne fotte! Abbiamo 61 beni patrimonio mondiale dell’umanità e altri 20 beni immateriali riconosciuti dall’Unesco, ultimo dei quali la Cucina italiana. Che te ne fai delle quattro stelle sulla maglia azzurra? Adesso candidiamo pure la canzone napoletana, che in caso di riconoscimento andrà ad affiancarsi all’arte del pizzaiuolo napoletano (riconosciuta nel 2017) e alla cerca e alla cavatura del tartufo (2021)…
Ironia a parte, restiamo sulla canzone napoletana. Sacrosanto che la si celebri, meglio ancora sarebbe che la si studiasse. A partire dalle origini: quando Guglielmo Cottrau, rampollo di una famiglia francese traferitasi a Napoli dietro Giuseppe Bonaparte, pubblica i Passatempi musicali (1824), una raccolta di canzoncine sentite dal vero e riarrangiate «con accompagnamento di pianoforte». Leggendo (i due fondamentali volumi della Storia della canzone napoletana di Pasquale Scialò, per esempio, editi da Neri Pozza) fai scoperte interessanti sulla nascita di questo «canto popolare scritto da un compositore», un genere trasversale alle classi sociali, come la stessa lingua napoletana che ha saputo essere letteraria (Lu cunto de li cunti) e sottoproletaria.
Ti imbatti in capolavori come Fenesta ca lucive (1842), musicata da Vincenzo Bellini, e ’A vucchella (1892), su testo di Gabriele D’Annunzio. Scopri il successo di Enrico Caruso, prima star discografica mondiale, e ti innamori del dualismo tra l’uomo dei salotti (Roberto Murolo) e l’uomo del popolo (Sergio Bruni). La canzone napoletana ha attraversato i secoli, contanminando e lasciandosi contaminare: è diventata swing (Renato Carosone) e blues (Pino Daniele), è stata dub (Almamegretta) oggi è urban (Geolier e Luchè) ma guarda anche indietro alla tradizione (Sal Da Vinci, vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo). È sopravvissuta alla morte del Festival della canzone napoletana, più antico e prestigioso di Sanremo in origine, eppure abbandonato al suo destino nell’indifferenza generale. In sintesi: la canzone napoletana è qualcosa di vivo.