Pop
Il gruppo tuareg pubblica “Hoggar”, il decimo album, registrato in Algeria con una nuova generazione di musicisti e ricco di rivendicazioni politiche
di Fernando Rennis
«Questo è il punto di partenza», dice Carlos Santana sul palco del Montreux Jazz Festival nel 2006, indicando tre musicisti berberi. «Quando li ascolto, sento l’inizio della musica del Mississippi, la musica di Stevie Ray o Jeff Beck o Mighty White o B.B. King, Little Walter, Otis Rush, Buddy Guy», continua il chitarrista: «È da qui che viene tutto». Queste parole erano state il riconoscimento che i Tinariwen avevano qualcosa di più antico e irriducibile di qualsiasi blues americano. La loro storia è una di quelle che il mondo della musica conosce a memoria ma non riesce mai davvero a contenere: Ibrahim Ag Alhabib, il fondatore, aveva assistito a quattro anni all’esecuzione del padre per mano dell’esercito maliano durante la ribellione del 1963. Cresciuto esule, ha costruito la sua prima chitarra con oggetti raccattati per strada: un barattolo di latta – o, a seconda dei ricordi, un bidone di plastica – un manico di legno e un filo del freno di una bicicletta.
Tornare a Tamanrasset
“Hoggar” è il massiccio montuoso del Sahara algerino, rifugio storico dei tuareg. Si tratta del titolo scelto per il decimo album in studio del gruppo, pubblicato con la propria etichetta, Wedge. Una scelta netta rispetto al precedente “Amatssou” (2023), realizzato con Daniel Lanois – il canadese che ha lavorato con nomi come U2, Bob Dylan, Peter Gabriel – e che incorporava banjo e pedal steel in un ibrido tra country americano e suoni del Sahara. Questa volta i membri storici Ibrahim Ag Alhabib, Abdallah Ag Alhousseyni e Touhami Ag Alhassane sono tornati a Tamanrasset, la città del sud algerino dove il gruppo ha mosso i suoi primi passi, per lavorare con una generazione più giovane di musicisti tuareg: Iyad Moussa Ben Abderrahmane degli Imarhan, Hicham Bouhasse, Haiballah Akhamouk. Sessioni quotidiane per un mese avvenute in studio, non nell’usuale spazio aperto del deserto. Il contesto politico non è di sfondo: quando nel 2022 i mercenari russi del gruppo Wagner hanno cominciato a insediarsi nel Sahel maliano, la Francia ha completato il ritiro delle sue truppe nell’agosto dello stesso anno, stravolgendo i rapporti di forza in un conflitto che i Tinariwen hanno sempre cantato in lingua tamasheq.
Radici che emergono dalla sabbia del deserto
Nel 1989, Ibrahim e un compagno di nome Japonais si trovano ad Al Kufrah, al confine tra Sudan e Libia, quando sentono un musicista locale suonare una melodia mai sentita, “Sagherat Assani”, un brano tradizionale che circola tra Sudan e Sahara. Japonais la impara, ma purtroppo viene a mancare nel 2021. Cinque anni dopo il brano regge l’architettura di “Hoggar”: lo anticipano e lo seguono lo stesso numero di brani, cinque. “Sagherat Assani” è cantata da Sulafa Elyas, voce sudanese e suonatrice di oud – cordofono mediorientale – oggi in esilio a Parigi, ed è il brano più vivace del disco. L’apertura, “Amidinim Ehaf Solan” ha un ritmo sincopato, cori, battimani e darbuka, con un testo che parla di una terra assetata e in pena che tornerà verde. Le voci femminili di Wonou Walet Sidati e Nounou Kaola attraversano più brani, una novità nella discografia del gruppo. In “Imidiwan Takyadam” José González aggiunge qualche verso in spagnolo, mentre l’album scorre tra l’oscura “Erghad Afewo” e la meditabonda “Tad Adounya”. Il disco si chiude sulle note di “Aba Malik”, brano scritto e cantato da Abdallah Ag Alhousseyni che inveisce contro i mercenari della Wagner. I Tinariwen fanno i conti con l’età, alcuni di loro hanno settant’anni, ma non mettono in discussione i concerti: vogliono continuare a far conoscere la loro terra e cantare fin quando su di essa non calerà la pace.