Pop
La nostra selezione di album recenti ci ricorda di sostenere la scena indipendente
di Fernando Rennis
Nel dicembre 2023 lo storico locale Moles di Bath ha chiuso dopo quarantacinque anni di attività. In quello stesso periodo nel Regno Unito erano in costruzione sette nuove arene destinate a generare profitti enormi. L’aumento delle spese di gestione e del costo della vita sta seriamente mettendo in discussione l’esistenza delle grassroots venues, i piccoli locali del circuito indipendente britannico. Questi hanno generato 560 milioni di sterline nel 2025 e ospitato quasi 96.000 concerti, con 22 milioni di spettatori e 25.000 posti di lavoro. Eppure, oltre la metà non ha registrato profitti. Trenta hanno chiuso e circa duecento città sono rimaste senza spettacoli regolari. Segnali preoccupanti, ma la musica emergente e indipendente c’è ancora: va cercata oltre gli algoritmi, ascoltata nei luoghi dove si forma davvero e sostenuta, riscattando quella sensazione di eccitazione che Paul Morley – di cui è stato recentemente tradotto in italiano l’ultimo libro “David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo” (Hoepli) – raccontava nel gennaio 1979 sul New Musical Express con articoli come “New Stirrings on the North-West Frontier”. A conferma, ecco album già usciti e in arrivo da ascoltare.
Sleaford Mods – “The Demise of Planet X”
Il mondo va a pezzi, ma almeno ci possiamo ballare su. Il duo originario di Nottingham ammorbidisce il sound post-punk degli esordi, continuando a puntare il dito contro la crisi dell’umanità. Crudo e profondo, il tredicesimo album dei Sleaford Mods racconta di una tensione che non si placa finché non riconosciamo i demoni che ci abitano. Così, la risata iniziale di “The Good Life” è tutt’altro che allegra e spensierata.

Cribs – “Selling a Vibe”
Il trio dei fratelli Jarman, che ha visto in formazione per tre anni Johnny Marr, pubblica il suo nono album, una riflessione sul tempo che passa. Se degli esordi indie rock incendiari è rimasta un’eco malinconica, l’incisività è rimasta intatta. Nelle geometrie di “Dark Luck”, così come nella vitalità à la Smiths di “Never the Same”.

Westside Cowboy – “So Much Country ’Till We Get There”
La bellezza del secondo Ep del quartetto di Manchester risiede nel suo essere estemporaneo, sfuggente. La copertina con una fionda tirata prima di rilasciare la tensione è perfetta a trasmettere questa sensazione. Lo fa ovviamente la musica, che sembra risucchiata in un’allucinata ballata quando parte un brano tirato come “Can’t See”. Anche i Westside Cowboy sono immersi nella nostalgia per i Novanta, che imperversa da ormai un po’. Chissà se i Green Day hanno già ascoltato “The Wahs”.

Ulrika Spacek – “Expo”
Band di culto che meriterebbe sicuramente più attenzione, il quintetto inglese bilancia da un decennio art-rock e psichedelia con una naturalezza sconvolgente, mai barocca. Grovigli come “Square Root of None” ti ipnotizzano, colpiscono e distorcono la tua percezione. Il quarto album è incentrato sul fascino che esercita in loro il «glitch» tra elettronica e mondo analogico. Una seduzione che sanno mettere in atto con grande stile nei confronti di chi ascolta.