Un pianoforte a coda nero, una piantana, appoggiati su una pedana; e dietro, l’imponente profilo di Villa Verdi, a Sant’Agata di Villanova sull’Arda, vicino a Busseto. La dimora dove Verdi abitò con la moglie Giuseppina Strepponi per una cinquantina d’anni e compose gran parte delle sue opere; acquistata dallo Stato nel 2025, ma chiusa già tre anni prima dagli eredi Verdi Carrara, in seguito a controversie di successione mai risolte. Ad oggi è ancora inaccessibile al pubblico, e in un evidente stato d’abbandono. In questo giardino tutto sterpaglie e davanti a un pubblico di un centinaio di invitati, Riccardo Muti lancia con la musica di Verdi un appello allarmato: «non è un concerto, ma una riunione di musicisti che vogliono riportare l’attenzione su questo luogo abbandonato, perché torni ad essere di tutti; un luogo sacro, che deve diventare una meta di pellegrinaggio, perché in tutto il mondo si sono nutriti e si nutrono della musica di Verdi».
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Nabucco, Rigoletto, Il trovatore, Macbeth, Falstaff
Muti si siede così al pianoforte, e con i cantanti Michele Pertusi, Mara Gaudenzi, Damiana Mizzi, Giovanni Sala, Luca Salsi propone pagine celebri da Nabucco, Rigoletto, Il trovatore, Macbeth, Falstaff; e poi il Notturno, dal carattere sognante e intimo, una rarità del giovane Verdi destinata a tre voci e un flauto obbligato, che qui è quello di Bianca Fiorito, musicista dell’Orchestra Cherubini e oggi dei Münchner Philharmoniker. Il brano dà il titolo alla serata e gli artisti lo dedicano a Verdi. E colpisce, al di là delle prove canore segnate da una sincera partecipazione, il pianismo rigoroso e morbido di Muti. Poi, la sorpresa finale: luci spente, solo la persiana centrale della facciata sofferente è illuminata dall’interno; da qui si diffonde il Lacrimosa dal Requiem di Verdi, in una registrazione recente dello stesso Muti. Un colpo di teatro, «un momento di riflessione», dice il maestro; suona anche come un monito.
Solo poche ore prima, durante un incontro con la stampa nel piccolo teatro di Busseto, Muti aveva tuonato con durezza contro i governi italiani «di centro, destra o sinistra, non importa», tutti gravemente colpevoli di essersi disinteressati alle sorti di Villa Verdi.
Per la serata del Notturno a Villa Verdi, arrivano da Roma in tre: il ministro della Cultura Alessandro Giuli, il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, il ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti; c’è anche Salvatore Nastasi, presidente della SIAE. E prima che l’incontro musicale con il suo messaggio di allerta abbia inizio, Giuli, a parte, rassicura: «abbiamo già avviato il percorso per rigenerare la villa. Dal settembre 2024, il Ministero della Cultura ha stanziato circa venti milioni di euro, per entrare in possesso dell’immobile e per i lavori di restauro dell’edificio e il recupero del giardino circostante».
Muti allora si rivolge alle autorità politiche: «per la prima volta, mi trovo di fronte a tre ministri del governo, ai quali devo dire grazie perché la loro presenza è un segnale positivo per i lavori di restauro che ignoravo fossero già stati avviati». Insomma, pace fatta. Anche se i tempi della burocrazia e della politica italiana lasciano sempre sgomenti. E quanto tempo occorrerà perché sia tutto pronto per riaprire Villa Verdi? «Un anno. A costo di mettermi io stesso a tinteggiare le mura», risponde Giuli scherzando. E Muti, davanti a tutti, promette perentorio: «a lavori finiti, tornerò ancora qui». Magari per dirigere Falstaff, proprio secondo un desiderio che lo stesso Verdi confessò, durante la composizione di questa sua ultima opera, all’editore Giulio Ricordi.