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Marianne Faithfull, ritratto di signora tra Swinging London e Rolling Stones

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Certe volte ci vuole una donna. Prendete gli Stones, per esempio: erano una banda di cinque teppisti innamorati del blues di Chicago, poi all’improvviso arrivò lei e tutto d’un tratto diventarono intellettuali che si ispiravano a Bulgakov e collaboravano con Godard. Lei, bellissima e conturbante, nobile e libertina quanto il sangue austro-ungarico che portava nelle vene, cantante e attrice curiosa e irrequieta: lei, Marianne Faithfull – per quattro anni compagna di Mick Jagger e per una notte di Keith Richards, moglie del gallerista John Dunbar, socio di Paul Mcartney che fece conoscere John e Yoko – è stata la first lady della Swinging London. Ha amato David Bowie e Gene Pitney, stregato Alain Delon e rifiutato Bob Dylan che – si narra – per sfregio ridusse in mille pezzi il foglio con sopra la canzone che le aveva dedicato, è sopravvissuta alla tubercolosi, all’eroina, all’anoressia e al Covid 19, ma a 78 anni se n’è andata pure lei. Perché viviamo tempi di magra e, di questi tempi, manco le dee sono immortali.

Servizi segreti e masochismo

Suo padre era un ufficiale dei servizi segreti britannici e, durante la Seconda Guerra Mondiale, aiutò la madre a salvarsi dai nazisti a Vienna. Che madre, la sua: una diretta discendente del conte Leopold von Sacher-Masoch, l’autore di Venere in pelliccia che darà il nome al masochismo. Natali illustri ma infanzia tutt’altro che facile: i genitori si separarono quando aveva 6 anni e trascorse un periodo in convento e un altro in quella che definirà una specie di comune «svitata» ossessionata dal sesso. Durante l’adolescenza leggeva Simone de Beauvoir, ascoltava Odetta e Joan Baez e cantava nei club folk. Attraverso la scena artistica londinese, incontrò Dunbar, che la presentò a Macca e ad altre celebrità del periodo. Sì, proprio il co-fondatore della Indica Gallery, dove Lennon avrebbe incontrato la Ono.

Marianne Faithfull tra Alain Delon e Mick Jagger, uno scatto divenuto meme

L’incontro con gli Stones

«Tutte queste persone, galleristi, fotografi, pop star, aristocratici e profani di talento assortiti, avevano più o meno inventato la scena londinese, quindi credo di essere stata presente alla creazione», scriverà nella sua autobiografia. Il suo futuro si delinea nel marzo del 1964, quando appena 17enne partecipa a un release party di quella che ai suoi occhi appare come una band di «scolaretti da strapazzo», tali… the Rolling Stones. Resta impressionata dall’uomo più maturo in quella stanza: il manager Andrew Loog Oldham che sembrava «potente, pericoloso e molto sicuro di sé». Una settimana dopo, Oldham le invia un telegramma, chiedendole di recarsi agli Olympic Studios di Londra. Con Jagger e Richards che la guardavano, Oldham le fece ascoltare la demo di una ballata malinconica, As Tears Go By che la Faithfull farà propria in due soli take. Una canzone profetica: «È una cosa assolutamente sorprendente per un ragazzo di 20 anni», scriverà la Faithfull nel suo libro di memorie del 1994. «Quella era una canzone che parla di una donna che guarda con nostalgia alla sua vita. La cosa sorprendente è che Mick abbia scritto quelle parole così tanto tempo prima che tutto accadesse. È quasi come se tutta la nostra relazione fosse prefigurata in quella canzone». Da lì, per lei e per noi, comincia ogni cosa.

La musa degli Stones

È stata cantante, attrice, intellettuale. È passata anche da queste parti: ha fatto un musicarello – Z2 – Operazione Circeo del 1965 – e il Festival di Sanremo del 1967 con C’è chi spera, abbinata a Riki Maiocchi. È stata lei a ispirare la delicata She Smiled Sweetly, senza la quale I Tenenbaum sarebbero stati un film diverso, e la travolgente Let’s Spend the Night Together. È lei a prestare a Jagger il romanzo russo Il Maestro e Margherita che diventerà Sympathy for the Devil, a contribuire al testo e a registrare per la prima volta Sister Morphine. Con quel tragico verso iniziale: «Here I lie in my hospital bed». Si faceva di brutto e ci metteva del suo, corpo e spirito, in You Can’t Always Get What You Want e Live with Me, fino ad arrivare a Wild Horses. La storia con Jagger finisce nel 1970 e finisce male: dipendenza dall’eroina, anoressia, un aborto spontaneo al settimo mese, la perdita della custodia del figlio che aveva avuto da Dunbar, primo dei suoi tre mariti. La piccola Marianne si era ridotta a girovagare per le strade di Londra. Poi nel ’79 la risalita con l’album Broken English, un’opera oscura e insieme matura che influenzerà artisti del calibro di Beck, Billy Corgan, Nick Cave e PJ Harvey.

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