Musica
Dopo sei anni di silenzio, Sascha Ring ritrova la musica con un rituale quotidiano e “A Hum of Maybe” è probabilmente il suo album più intimo
di Fernando Rennis
Nel 1997 Sascha Ring arriva a Berlino con un’idea chiara e un futuro ancora confuso. Si disfa dei piatti Technics, simbolo di anni passati tra dj set e rave infiniti, li scambia per un vecchio Atari e un sampler scadente, con una memoria ridicola persino per l’epoca. Doveva diventare un graphic designer, invece passa le giornate chiuso in studio, lontano dalle notti estreme della provincia tedesca da cui proviene. Berlino è fredda, poco accogliente con gli stranieri, e proprio in quella solitudine, mentre la techno comincia a stargli stretta, nasce Apparat. Nei primi anni pubblica album sperimentali come “Multifunktionsebene” e “Duplex”. Collabora con Ellen Allien a “Orchestra of Bubbles” e firma poi “Walls” e “The Devil’s Walk”, mentre con i Modeselektor dà vita ai Moderat, suonando nei festival internazionali e alternando lavori solisti a remix, colonne sonore e progetti paralleli.
Il ritmo del quotidiano
“A Hum of Maybe” nasce dopo un silenzio lungo sei anni, seguito a “LP5” del 2019, e prende forma in un momento in cui il rapporto di Ring con la musica sembrava essersi interrotto. Il punto di svolta arriva con una disciplina volutamente priva di ambizioni: un’idea al giorno, senza giudizio né obiettivi, anche se incompleta o imperfetta. Nel corso di oltre sei mesi, nel 2025, questa pratica quotidiana diventa un esercizio di fiducia e restituisce progressivamente una direzione al suo lavoro. Dai molti frammenti emergono undici brani che definiscono il perimetro dell’album, realizzato insieme a collaboratori di lunga data e partecipazioni di altri artisti. Il disco si concentra sull’amore in tutte le sue declinazioni più prossime: verso se stesso, la moglie, la figlia, e su come questo sentimento richieda cura costante. Il titolo suggerisce uno stato intermedio, un limbo fatto di coesistenze – analogico e digitale, luce e ombra – dove l’incertezza emana un fascino che si materializza nella possibilità.
Note nel limbo
In “A Hum of Maybe” Apparat racconta momenti di vita intima con attenzione alle sfumature sonore. “Glimmerine” alterna loop ossessivi e pause che esprimono tensione tra fiati fuori controllo, batteria nevrotica e paesaggi sonori estatici. “A Slow Collision” mette in scena la fragilità delle relazioni con ritmi spezzati e trance elettronica che ricordano l’estasi di “Walls”. Sembra arrivare da quelle latitudini anche “Tilth”, che conserva l’eco dei ricordi matrimoniali, tra voci filtrate e tocchi di piano discreti. La title track, “Hum of Maybe”, misura il silenzio e lo spazio in un’atmosfera sospesa. In “An Echo Skips A Name” ritroviamo il classico Apparat, abile nel dosare i crescendo, mentre “Lunes” e “Williamsburg” prendono forma a partire da strumenti analogici: pianoforte e chitarre. “Pieces, Falling” documenta il disorientamento mentale con un basso incerto e frasi vocali frammentate. La conclusiva “Recalibration” esprime la sua bellezza attraverso una dimensione evanescente. Passa il tempo, ma Sascha Ring sa molto bene come piegare le emozioni alla sua cifra stilistica.