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Il “Trittico” di Giacomo Puccini a Washington e New York

I ponti più duraturi e permanenti con l’America si costruiscono con la cultura, e non è solo Raffaello ad attrarre code di visitatori, nella grande monografica in mostra al Metropolitan di New York, ma anche il nostro Gianandrea Noseda, direttore principale da nove anni della National Symphony Orchestra: compagine in qualche modo istituzionale, con sede a Washington, in quello che fino a febbraio si chiamava Kennedy Center, prima dell’imposizione del nuovo contestato nome “Trump Kennedy Center”.

Il Maestro qui amatissimo, ha pianificato alcuni gesti eloquenti per suggellare il proprio supporto nei confronti della compagine, di colpo senza casa, per due anni, causa lavori di restauro della storica sala, datata anni Sessanta. Il primo di questi suona particolarmente importante, perché è la riproposta di “Trittico”, ultima opera completata da Giacomo Puccini (prima della “Turandot” lasciata in sospeso al finale) e scritta per il pubblico di New York, nel 1917. Noseda lo dirige tutto intero, tre medaglioni in modernissima cornice sinfonica, eseguiti con smalto e gran precisione strumentale, con un cast di stelle di ieri e di giovani che entusiasma sì nella sala di Washington. Ma ancor di più in replica, alla Carnegie Hall di New York, dove il trionfo si trasforma in tangibile, eloquente solidarietà.

Per l’orchestra senza casa – momentaneamente, si spera – l’obiettivo rimane la difesa di quei valori che la mostra su John Kennedy e la cultura, all’ultimo piano dell’edificio, continua a ricordare. Il livello di civiltà di un Paese si dimostra dal grado di cultura, non si stancava di ribadire il Presidente di allora. Che alla Casa Bianca incontrava Stravinskij e Pablo Casals, stando solo agli apici della musica del tempo. Un significativo pro-memoria per l’America di oggi.

National Symphony

La National Symphony, mentre distribuisce al pubblico spille con un cuore e le proprie iniziali, è ben decisa a difendersi: suonerà nelle periferie, cercherà sedi provvisorie, seminerà musica anche là dove finora non è arrivata. Sulle orme delle antiche tournée di Toscanini, che attraversò anche i luoghi remoti degli States. Intanto, con lussuoso testo di incoraggiamento, Noseda ha messo a disposizione dei primi leggii degli archi un manipolo prezioso di quattordici strumenti di sua proprietà, tutti firmati, di nobile liuteria italiana. E la tinta si sente, nel velluto delle arcate, nello scintillio prezioso delle articolazioni. “Homeless”, va bene. Ma con gli abiti griffati.

L’orchestra è mediamente giovane, in assieme iper-disciplinato. Altro aspetto interessante e originale del “Trittico” sta nel mettere insieme tra le voci (che costituiscono il cast più numeroso probabilmente della storia dell’opera) veterani come Gregory Kunde, il rossiniano di razza, poi tenore verdiano e ora pucciniano, che si intrecciano con giovani del progetto didattico dell’Opera di Washington, tutti ben preparati e anche molto sciolti nell’affrontare dei libretti tanto italiani nel lessico. In particolare “Gianni Schicchi”, toscano fin nel midollo, sferzante e tagliente, di un umorismo beffardo che manda in visibilio il pubblico. Certo, si leggono i sovratitoli (e la traduzione è talora bizzarra, perché ad esempio all’improperio “sgualdrina” di “Tabarro” tutti ridono con gusto) ma si percepisce quel tratto caratteristico dell’opera italiana, che sempre fa suonare come strumento la voce, e fa cantare come voce l’orchestra. Noseda in particolare gioca la carta sinfonica dei suoi, esaltando il tessuto ardito della scrittura: la pasta bianca anticata di “Suor Angelica”, con un coro di ragazze che sembra uscito da un antico convento, e poi il bozzettismo intorno al dramma del barcone fetido sulla Senna, e ancora gli esperimenti di “Schicchi”, le dissonanze ad esempio, sempre in graffiante funzione teatrale.

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