Chi può, vada. E non perché sia un dylanologist militante o un curioso dell’archeologia musicale del Novecento. Chi può, vada a sentire l’ultimo (per ora) tour italiano di Dylan per un semplice motivo. È l’ultima opera d’arte vivente della musica popolare. Nulla a che vedere con i grandi – compresi i Rolling Stones – che offrono magnifiche esperienze vintage, riproducendo se stessi.
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Lui è ancora in divenire. Quasi nessuno riconosce subito le sue canzoni, la voce può essere deformata, spezzata, recitata, sottratta alla musica. I brani non vengono eseguiti, accadono di nuovo. È un po’ come assistere all’Angelus. Non si va per ascoltare qualcosa di nuovo e neppure perché si condivida la fede. Si va perché davanti a noi c’è qualcuno che incarna una storia immensamente più grande dell’uomo che la pronuncia.
Bob Dylan ha ottantacinque anni e torna in Italia con il Lights of Autumn Tour. Milano, Roma, Bologna. La news potrebbe essere questa. Oppure un’altra. Dopo quasi quarant’anni il Never Ending Tour continua. Comincia nel 1988 e da allora Dylan non è semplicemente in tournée. Ha trasformato il concerto da promozione del disco a forma permanente d’arte. Dylan ha passato la vita a distruggere Dylan.
Prima ha cambiato il folk, facendovi entrare poesia, politica, letteratura, visioni private e storia collettiva. Senza quella rivoluzione sarebbe difficile immaginare buona parte della canzone venuta dopo, da De André a De Gregori. Poi, quando tutti avevano capito chi fosse Bob Dylan, lo aveva già tradito. A Newport nel 1965 attaccò una chitarra elettrica alla corrente. Lo ha rifatto diventando cristiano, crooner, Nobel, cantante di Sinatra. Tradendo la propria identità è rimasto fedele alla sua libertà. E si è portato a casa un Nobel, un Oscar, dieci Grammy e persino un Pulitzer.
Ora l’ultima eresia è la vecchiaia. Rough and Rowdy Ways, il suo ultimo album di inediti originali, mescola Kennedy, Shakespeare, blues, cinema, storia americana e cultura pop. In Murder Most Foul non racconta soltanto un assassinio, compila la playlist per il funerale di un secolo. E sul palco l’operazione continua, senza infliggerci un karaoke della memoria. Dylan non conserva il proprio repertorio, lo espone all’azione del tempo. A ottantacinque anni impedisce ancora al passato di avere l’ultima parola. Perché Dylan, dopo aver reinventato il folk, la canzone d’autore e infine se stesso, è riuscito nel paradosso più difficile: diventare tradizione continuando a negarla, tradirla e inventarla.