Pop
Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí hanno trascorso buona parte del 2025 tra aule di tribunale e pressioni del governo inglese
di Fernando Rennis
Forse DJ Próvaí con il balaclava ci dorme pure. In nove anni di fotografie, interviste e palchi, JJ Ó Dochartaigh – originario di Derry ed ex insegnante di irlandese in una scuola cattolica fino al 2020 con un nome d’arte preso dai Provos dell’Ira – ha raramente mostrato il suo viso. Al contrario di Mo Chara, al secolo Liam Óg Ó hAnnaidh, il cui soprannome in irlandese significa “amico mio”, e Móglaí Bap – Naoise Ó Cairealláin. I Kneecap nascono a ovest di Belfast nel 2017 il giorno dopo di una marcia per l’Irish Language Act, la legge che avrebbe dovuto riconoscere ufficialmente la lingua irlandese (il gaelico) in Irlanda del Nord, approvata poi solo nel 2022. Quel giorno Móglaí Bap era in giro per la città con un amico a disegnare con lo spray la parola «cearta» — diritti — su una fermata dell’autobus. La polizia arrivò, l’amico finì in questura e trascorse la notte a rifiutarsi di rispondere in inglese, mentre aspettavano un traduttore. Móglaí era già lontano. Da quella storia nasce il primo singolo, “Cearta”, che la radio pubblica gaelica RTÉ Raidió na Gaeltachta bandisce quasi subito per i riferimenti alle droghe. Sono poi arrivati il primo disco “3Cag” nel 2018, il successivo “Fine Art” nel giugno 2024 con il produttore Toddla T, quindi l’allucinato e irresistibile film che porta il nome del trio, presentato al festival Sundance, dove ha vinto un premio, così come ai Bafta dell’anno successivo.
L’archiviazione dell’accusa di terrorismo e il nuovo album
All’edizione di aprile 2025 del Coachella, i Kneecap chiudono il set con uno schermo che recita: «Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese». Nei giorni successivi emergono dei video di un concerto al O2 Forum Kentish Town di Londra, del 21 novembre precedente, nei quali Mo Chara sembrava esibire una bandiera di Hezbollah. Il Crown Prosecution Service apre un’indagine, Keir Starmer dichiara pubblicamente che la loro presenza a Glastonbury non sarebbe stata «appropriata». Gli organizzatori tengono il punto, ma la Bbc si rifiuta di trasmettere il set in diretta. Ungheria e Canada chiudono le frontiere al gruppo. Il Cps formula l’accusa ai sensi del Terrorism Act del 2000, ma dopo l’archiviazione, lo scorso 11 marzo l’Alta Corte di Giustizia respinge il ricorso e chiude il caso. Fuori dal tribunale di Woolwich, Mo Chara si rivolge a Starmer dicendosi dispiaciuto: «Sarà per la prossima volta». Nel mezzo di tutto questo, i Kneecap erano entrati in studio con il produttore londinese Dan Carey ed eccoli ora con il loro nuovo album. Il titolo recupera una parola a doppio fondo: feniano nasce con la Fenian Brotherhood dell’Ottocento – il movimento repubblicano irlandese che preparava la rivolta armata contro Londra – ed è poi diventato un insulto coloniale generico per qualunque irlandese scomodo.
Un punk-rave politico
“Fenian” è il lavoro più denso e oscuro della carriera dei Kneecap, la colonna sonora di anno in cui ogni titolo di giornale sembrava scritto apposta per diventare abrasione tra suono e testo. L’album apre con “Éire Go Deo”, meditazione chillstep sulla sopravvivenza della lingua irlandese. “Carnival” affronta di petto il processo a Mo Chara, con un ritornello che s’incastra nelle orecchie. “Smugglers & Scholars” e “Liars Tale” scaricano addosso a chi ascolta synth taglienti e rime aggressive. L’hardcore di “Headcase” restituisce i Kneecap in purezza, mentre “Palestine”, duetto con il rapper di Ramallah Fawzi che canta in arabo, rinforza il sostegno irlandese alla causa palestinese per il suo passato di lotta indipendentista. “Occupied 6” e “Cocaine Hill” dilatano il tempo, “Irish Goodbye” chiude l’album in duetto con Kae Tempest su un pianoforte malinconico. Tra dubstep notturno, rave anni Novanta e incubi trip hop, in “Fenian” l’ironia è quasi messa da parte: Tiocfaidh ár lá.