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Arturo Benedetti Michelangeli, trenta anni dopo

Nel piccolo cimitero di Pura, villaggio vicino a Lugano, una semplice croce di legno indica che lì sotto riposa per sempre, da trent’anni, una leggenda. Perché da quell’aura mitica, quasi misteriosa, ancor oggi è avvolta la figura di Arturo Benedetti Michelangeli (1920-1995), nel ricordo di chi l’ha potuto ascoltare in concerto dal vivo, di chi lo ha avuto come insegnante, nel pensiero di chi l’ha conosciuto, o magari lo conoscerà, attraverso le sue (selezionatissime) registrazioni. Una leggenda del pianoforte. I capelli scolpiti dalla brillantina, lo sguardo concentratissimo, il volto imperturbabile; le mani elegantemente composte, ma pronte ad accarezzare i tasti del pianoforte, con gesti misurati, morbidi. È questa l’immagine di Benedetti Michelangeli che molti di noi portano nella memoria: un’immagine austera, in bianco e nero, fissata dalle inquadrature televisive di una serie di concerti registrati negli studi RAI di Torino, nel 1962. Benedetti Michelangeli aveva allora quarantadue anni, ed apparteneva già alla dimensione del mito.

Ricerca di perfezione

Spesso però succede che ciò che è argomento di leggenda diventi oggetto di fin troppo facili etichette. Contrariamente a quanto è stato sempre ripetuto, ad esempio, Benedetti Michelangeli aveva un ampio raggio di conoscenze musicali, e tali da smentire la supposta sua indisponibilità verso la musica del Novecento: pochi sanno dei suoi studi della Sonata per due pianoforti e percussioni di Bartok, affrontati con Dinu Lipatti, pianista da lui prediletto; e pochi sanno di una sua prevista esecuzione del Concerto per pianoforte di Schönberg con Bruno Maderna sul podio. E lo stesso si può dire di quell’incessante ricerca di perfezione, soprattutto nella definizione del suono, che sosteneva le sue interpretazioni e che è stata evidente fin da subito: in diversi l’hanno additata come una smania snobistica, considerandola l’inevitabile proiezione di quella figura imperturbabile, da aristocratico vecchio stile e un po’ dandy, che ci appariva seduta al pianoforte. Quando poi era lui stesso a dire: “Perfezione, una parola che non ho mai capito”. Certo, le sue esecuzioni erano perfette, difficile ravvisarvi sbavature. Ed il dominio tecnico, assoluto, rigoroso, è stato presente fin dai primissimi concerti del 1938, unito ad un tocco cristallino, all’agilità avvincente delle dita. Ma mai la tecnica, in lui, è stata fine a se stessa; mai si è rivelata con l’ostentazione tipica del virtuoso atleta della tastiera. “Suonare il piano”, ripeteva più volte, “è un vero e proprio lavoro, significa sentire le mani e le braccia dolenti dappertutto”.

Si è spesso detto dunque della bellezza del suono di Benedetti Michelangeli, della sua attenzione continua all’elemento timbrico, ma c’è stato anche un altro aspetto ugualmente importante del suo stile interpretativo: la dolcezza del tocco, unito ad una cantabilità nel distendere le frasi musicali secondo un gusto tutto italiano. Di qui uno Chopin dolce e malinconico, quasi decadente, un Brahms che ha il colore triste delle foglie d’autunno. E di qui il Beethoven dei Concerti nn. 1, 3 e 5, percorso da un canto nobile, in totale intesa con la direzione calma quanto ascetica di Carlo Maria Giulini: lo ascoltiamo grazie alle registrazioni (Deutsche Grammophon) realizzate nel 1979 al Musikverein di Vienna, durante una serie di concerti pubblici ripresi dalla televisione austriaca. Documenti importanti che si portano dietro anche un piccolo giallo. Benedetti Michelangeli e Giulini incisero tutti i Cinque Concerti di Beethoven, ma i Concerti n. 2 e n. 4 non sono mai stati messi in commercio. Pare che Benedetti Michelangeli, notoriamente diffidente nei confronti dei mezzi di registrazione (incapaci, a suo dire, di riprodurre gli equilibri spesso delicati dell’esecuzione), non abbia mai dato il nulla osta alla loro pubblicazione

L’amore incondizionato per il pianoforte

Al di là degli inevitabili quanto necessari momenti diversi di una vicenda artistica più sfaccettata di quel che si pensi, e dunque da sottrarre a ogni schematica etichettatura, l’elemento costante della vita di Benedetti Michelangeli rimase l’amore incondizionato per il pianoforte. Un amore espresso non solo nella pratica concertistica, ma pure nell’impegno didattico. Titolare della cattedra di pianoforte principale al Conservatorio di Bologna (dal 1939, subito dopo la vittoria al Concorso Internazionale di Ginevra), poi a Venezia e a Bolzano, tenne in maniera pressoché costante cicli di corsi di perfezionamento ad Arezzo, fin dal 1953; ma allievi di ogni nazionalità popolavano anche la sua baita alpina in Val di Rabbi. Di Benedetti Michelangeli insegnante si parla ancor oggi poco, ma l’essere maestro del pianoforte fu per lui non meno importante ed appassionante dell’essere interprete del pianoforte. Anche se, al pari di un concerto, era per lui una fatica, un impegno considerevole. Chi gli è stato accanto ricorda che la sua non era scuola di nozioni, ma di principi solidissimi, e guidati tutti da un unico motivo: il rigore. Non a caso, uno dei suoi principali consigli agli allievi era quello di mantenere sempre una totale fedeltà alla pagina scritta. Quelle rare libertà che potevano affiorare dalle sue interpretazioni, Benedetti Michelangeli non le ammetteva nei suoi allievi, ed in questo era molto severo. Parlava pochissimo durante le lezioni, come del resto la sua natura richiedeva; preferiva affidarsi agli esempi, suonando.

Al di là dei modi con cui fu docente, conta ricordare e sottolineare il suo impegno a favore dei giovani allievi: seguiti sempre tutti indistintamente, e sempre con la massima dedizione. Ci sono peraltro delle fotografie che riprendono il maestro negli anni aretini, mentre gioca a ping-pong con gli allievi, proprio come uno di loro. E tutto questo va contro ogni facile mitizzazione, e ci può aiutare a capire Benedetti Michelangeli nella sua umanità, liberandolo dal colore a volte troppo algido della leggenda. Fu insomma anch’egli un uomo, innamorato del suo lavoro, interprete sommo del pianoforte e insegnante generoso. Ma fu anche un appassionato lettore di Topolino, e un amante della auto sportive. E un raffinato armonizzatore di canti montanari per il Coro della SAT: atto d’omaggio alla montagna tanto amata, vissuta con lunghe e solitarie escursioni, spesso alla ricerca del silenzio infinito. Arturo Benedetti Michelangeli, riservato come pochi altri grandi nel mondo dell’arte: chissà cosa direbbe oggi di certi suoi aspiranti colleghi che conquistano la popolarità attraverso il web e un esibizionismo da circo? In quella semplice croce di legno del cimitero di Pura, la riservatezza e l’umiltà di un grande musicista trovano il loro emblema.

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