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Zanobini: «Brunori e Lucio Corsi? Nell’epoca dell’Ai resisterà la musica vera»

7′ di lettura

Permetteteci una battuta: una delle più grandi scoperte che il popolo mainstream ha fatto con l’ultimo Sanremo è stata la scoperta dell’esistenza della figura del manager musicale. Tutti parlano di Marta Donà, manager di Olly e di quattro degli ultimi cinque vincitori del Festival, ma molti ignorano che quest’anno il secondo e il terzo classificato, Lucio Corsi e Brunori Sas, hanno tutti e due lo stesso manager: Matteo Zanobini, 44 anni, toscano di Santa Croce sull’Arno, ex studente del Dams di Bologna laureatosi in musica e spettacolo all’Università di Firenze, co-fondatore della indie label Picicca Dischi. Nel suo roster, oltre al vincitore del premio della critica «Mia Martini» e a quello del premio per il miglior testo «Sergio Bardotti», ci sono anche Baustelle e Dimartino.

Un ragazzo degli anni Novanta che, come i suoi artisti, di gavetta ne ha fatta parecchia: «I miei genitori», racconta, «mi dicevano: se vuoi fare l’università, te la paghi. Dal momento che me la pagavo, me la sono pure scelta». A Firenze, nei primi anni Duemila, fa l’addetto ai dischi nel negozio Messaggerie, «poi ho fatto un bellissimo stage al Larione 10, il regno di Giancarlo Bigazzi. L’ho incontrato negli ultimi anni di carriera, gli portavo il caffè. A proposito dei suoi Squallor, lui diceva: volevamo passare alla storia, ma prima siamo passati alla cassa. Una battuta che racchiude quasi un’antica saggezza, una praticità tutta toscana che sento un po’ dentro di me». Parallelamente, Zanobini faceva musica: «Organizzavo concerti, soprattutto per la mia band, i Blume, con i quali incidemmo anche un album. Già all’epoca avevo una preferenza per quello che succedeva attorno al palco, l’aspetto organizzativo. Suonavo il sintetizzatore, ma tipo attaccando lo scotch sui tasti per poi avere il tempo di fare tutt’altro». Con i Blume incrocia il palco con lo stesso Brunori: «È stato il chitarrista nell’ultima fase della band. Era come se Al Bano suonasse con i Sigur Ros. Dario almeno la racconta così».

Matteo Zanobini, nel ritratto di Chiara Mirelli

Zanobini, partiamo da un paragone irriguardoso. Nanni Ricordi è passato alla storia come l’inventore dei cantautori. Dopo Sanremo 2025, si può dire che Matteo Zanobini è il «re-inventore» dei cantautori?
«No, dai, non scherziamo… (ride, ndr) Vero è che mi sono sempre ispirato all’epopea della Rca Italiana, a Ennio Melis e Vincenzo Micocci. Non mi stupirei, per esempio, se qualcuno prima o poi scrivesse Zanobini, io ti ammazzerò. Se guardo alla meravigliosa stagione della Rca Italiana, che ha sfornato i grandi della musica che abbiamo ancora oggi, posso dire che quelli lì sono usciti con lo stesso criterio con cui sono stati sfornati questi due qua che sono arrivati secondo e terzo a Sanremo. Con il tempo, senza abbassare la qualità della proposta, ma dando all’artista la possibilità di crescere, disco dopo disco. Un approccio genuinamente indipendente, perché le multinazionali oggi non ti danno la possibilità di fare tentativi».

Raccontaci chi sei attraverso un disco che ami.
«Se ne devo scegliere uno, dico La voce del padrone di Franco Battiato. È la musica come la intendo io: pop con una storia sperimentale importante dietro. Il Maestro che, lasciandosi alle spalle il decennio prog, dimostra che puoi fare qualità e, insieme, avere successo. Perché quello fu il primo disco italiano a vendere un milione di copie…»

Dacci quattro istantanee: quando hai conosciuto Brunori, quando hai conosciuto i Baustelle, quando hai conosciuto Lucio Corsi e quando hai conosciuto Dimartino.
«Quando ho conosciuto Brunori ero a campionare suoni in un pollaio sulle colline del Chianti. Lui suonava, io suonavo: facemmo una collaborazione su un brano. Mi trovai a campionare una batteria partendo dai suoni di quel pollaio. Poi più avanti, lui decise di tornarsene in Calabria. Era morto il papà e, per scacciare via i brutti pensieri, quasi come un bluesman la sera scriveva canzoni. Lo convinsi a farle uscire, lui neanche voleva. Fondammo insieme un’etichetta, Picicca Dischi, per pubblicarle: Vol. 1 è nato così. Dei Baustelle ero fan: ricordo un video di Francesco Bianconi che suona il theremin in un pezzo dei primi dischi. Divennero subito il mio gruppo italiano preferito di sempre. Cinque anni fa ho cominciato a lavorare con loro con grande soddisfazione. Il punto di forza, nella nostra collaborazione, sta nel fatto che rappresento la voce del fan. Con Lucio ci siamo conosciuti al Mi Ami 2014, dove lui si esibiva. Mi stupì la sua grande sicurezza sul palco. Anche lui, come me, è toscano. Mi sono subito ritrovato anche in questo. Come molti toscani, da bambino andavo al mare dalle sue parti, a Baratti. Dimartino è l’unico caso della mia carriera in cui ho deciso di prendere un artista da un demo arrivatomi a casa. Si era registrato da solo, ma si capiva subito che Antonio della sua generazione è uno dei migliori a scrivere canzoni».

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