video
play-sharp-fill

Tra lustrini e geopolitica, l’Europa secondo Eurovision

Musica

Al via a Basilea la 69ma edizione dell’Eurovision Song Contest, un laboratorio spettacolare di compromessi, identità e stranezze

di Cristiana Gattoni

I lustrini oltre l’ostacolo. Come ogni anno, l’Eurovision Song Contest è cominciato – la prima semifinale della 69ma edizione è andata in onda ieri sera su Rai 2, in diretta da Basilea – in un tourbillon di fiamme, balletti sincronizzati, trasparenze, scenografie apocalittiche, casse martellanti e drammi vocali. E come ogni anno, ci si ritrova anestetizzati davanti a uno spettacolo che, a un primo sguardo, sembra improbabile, esagerato, al limite della parodia.

Ma L’Eurovision non è nato per essere sofisticato: è nato per unire. E proprio nelle sue radici si trova il senso, e persino la poesia, di un evento che molti liquidano come kitsch, ma che è in realtà un rituale pop profondamente europeo, uno show che da quasi settant’anni regala una versione simbolica e surreale del continente. Quindi prima di giudicare testi e mise di scena; prima di storcere il naso di fronte alle rime in italiano maccheronico dell’estone Tommy Cash (Ciao bella, I’m Tommaso / Addicted to tobacco / Me like mi coffee very important – da quella perla di saggezza pop che è il brano Espresso macchiato); prima di sobbalzare sulla poltrona agli acuti degli azeri Mamagama; prima di alzare il sopracciglio alla vista dell’armatura finto-medievale del diciannovenne norvegese Kyle Alessandro; prima di criticare la techno fuori tempo massimo del belga Red Sebastian; prima di inorgoglirci di fronte alla pacatezza del nostro Lucio Corsi e canticchiare Tutta l’Italia con Gabry Ponte (in corsa per San Marino), proviamo ad andare alle radici.

Cartoline dall’Europa di Eurovision

Photogallery6 foto

Tutto iniziò in Svizzera, nel 1956

Quest’anno si torna nel Paese dove tutto è cominciato. Era il 1956, l’Europa era uscita dalla guerra, e a Lugano andava in scena la prima edizione dell’Eurovision Song Contest. L’idea era nata un anno prima, per iniziativa dell’Unione Europea di Radiodiffusione (European Broadcasting Company, Ebu): un progetto per unire l’Europa attraverso la musica e testare, con ambizione pionieristica, la trasmissione televisiva simultanea in più paesi.

L’ispirazione? Dichiaratamente italiana: il Festival di Sanremo, che aveva appena iniziato a far cantare tutto lo stivale davanti a un televisore. Da allora sono cambiate le parrucche, le coreografie, le modalità di voto e pure la geografia dell’Europa, ma quell’impronta iniziale è rimasta inalterata, come un marchio di fabbrica (e come la fanfara dell’Eurovisione, il Te Deum di Marc-Antoine Charpentier): l’Eurovision Song Contest doveva essere semplice, riconoscibile, spettacolare, pop. E se oggi la sua estetica esagerata e un po’ tamarra ci fa sorridere, sorridiamo pure: ma ricordiamoci che tutto questo gran spettacolo – lo “show musicale più visto al mondo”, come ieri sera è stato a più riprese ricordato dalle due presentatrici, Hazel Brugger e Sandra Studer – è nato come una strategia di inclusione, un modo per provare a costruire un linguaggio comune a suon di lustrini e ritornelli da cantare anche senza capirne le parole.

Lo racconta bene Dean Vuletic, storico dell’Europa contemporanea presso il centro di ricerca sulle trasformazioni sociali dell’Università di Vienna, e soprattutto autore di Eurovision Song Contest. Una storia europea (minimum fax, 2022), saggio che analizza l’evoluzione della manifestazione dal dopoguerra a oggi. Più che una semplice rassegna musicale, l’Eurovision Song Contest – sostiene Vuletic – è stato un laboratorio simbolico di Europa: «La parola Eurovision fu il primo esempio dell’utilizzo postbellico di prefissi come Eur- o Euro- per denominare progetti e organizzazioni internazionali: di lì a poco, ad esempio, nacque l’EURATOM, istituito nel 1957 dagli stati membri della CECA». E così l’ESC è diventato uno dei primi acronimi che hanno punteggiato la lunga strada verso l’Unione Europea: uno show leggero in cui le identità nazionali si sono mescolate, confrontate, a volte camuffate, dentro una macchina spettacolare fatta di compromessi, diplomazia culturale, rivalità da Guerra Fredda (prima) e liberazione queer (dopo).

condividi

© 2023 Radio Vacri