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The Zen Circus: la società dello spettacolo è «Il Male»

L’intervista

La band pisana torna con un album figlio del momento storico. Ispirato alle riviste di controcultura ma anche a Guy Debord: «Oltre c’è solo il diritto all’oblio»

di Francesco Prisco

Sarà che di «materiale» a disposizione, in questo particolare momento storico, ce n’è in abbondanza: Trump che torna alla Casa Bianca più cattivo che nelle puntate precedenti, tappeti rossi srotolati sotto gli anfibi di Putin, il massacro di Gaza e la paura e la voglia di usare il termine genocidio. Sarà che tutti si girano dall’altra parte e allora, in buona coscienza, senti che è arrivato il momento di chiamare le cose col loro nome. Sarà che, quando tutti sanno di avere ragione, quelli come loro proprio non possono fare a meno di stare dalla parte del torto. Sarà per questo e molto altro ancora che venerdì 26 settembre The Zen Circus tornano con un album dal titolo semplice ma tutt’altro che banale: Il Male. Undici canzoni che, prese insieme, rappresentano un ritorno alle ruvidezze rock delle origini, un manifesto di pessimismo costruttivo e il disco più politico della band pisana, almeno dai tempi di Andate tutti affanculo. Un disco debordante (nel senso del sound) e debordiano (nel senso di Guy Debord). A una manciata di giorni dall’uscita, lo abbiamo ascoltato in anteprima e ne abbiamo discusso insieme con i diretti interessati. Ossia Andrea Appino, Massimiliano «Ufo» Schiavelli e Karim Qqru.

«Il Male» è «da sempre il nostro talento migliore», canta Andrea nella title track che apre quest’album profondamente pessimista, indubbiamente figlio del momento storico. Si può dire o no che è un disco politico?
Andrea: «Esistere è politica. Da questo punto di vista può esserlo. Partiamo da una prospettiva che non è necessariamente pessimistica. Siamo convinti che il male sia il grande rimosso collettivo di quest’epoca, allontanato dalla narrazione artistica, intellettuale. Il fatto che sia stato obliterato, dal nostro punto di vista, ha contribuito a creare il Male vero. Noi proviamo a fare un lavoro per certi versi semplice: acquerelliamo il reale cercando di non edulcorarlo. Siamo quelli di Vivi si muore che puoi leggerla come una costatazione (Vivi si muore) ma anche come un’esortazione (Vivi, si muore). Con grande disincanto cantiamo il Male, ma forse solo per tornare all’incanto».

Esistere è politica. Da questo punto di vista, «Il Male» può essere considerato un disco politico. Proviamo a fare un lavoro semplice: acquerelliamo il reale cercando di non edulcorarlo

Ufo: «E allora diciamolo che è politica! La verità è che ci sono tanti mali. Nel disco abbiamo provato anche a cantare il male come assenza di male che è la specialità di quest’epoca».

Karim: «Un’epoca nella quale il ghiaccio ci si sta rompendo sotto i piedi. Nel 1945 poggiavamo su uno strato bello grosso. Per un’ottantina di anni le cose sembravano dover andare per forza bene, nonostante qualche episodio tipo il crack finanziario del 2008. Poi c’è stato il Covid e, dopo il Covid, non ne siamo certo usciti migliori. Adesso ci ritroviamo in un’epoca di post verità e il disco prova a raccontarla».

Ufo: «Insomma: si sarà capito che, come band, ragioniamo molto…»

La copertina de «Il Male», nuovo album di The Zen Circus

Il Male è di sicuro un disco in cui la vecchia anima rock degli Zen Circus prevale su quella cantautorale. A livello stilistico, che tipo di ragionamento c’è dietro?
Andrea: «L’unica cosa che ci siamo detti prima di lavorarci è stata: perché non si fa un disco alla vecchia maniera, si sta in sala prove per due anni e poi registriamo? E così è stato. Una prassi che dovrebbe essere la normalità, poi capitano anni in cui fai dischi più prodotti… Stavolta ci sembrava giusto che fosse tutto il più semplificato possibile: noi tre nello studio di registrazione che ho qui a casa mia, a Livorno, e basta. Un disco suonato, senza intonare niente».

Karim: «Se vuoi, è stata un po’ una reazione ai nostri album immediatamente precedenti. È cambiato il modo di fare musica, in questi anni, e anche i nostri ultimi lavori partivano da qualcosa di diverso dal concetto di tre persone chiuse in una stanzina, come si faceva una volta. Un concetto che nel Male abbiamo voluto recuperare».

Ufo: «Perché siamo una band. Volevamo renderlo più evidente. E così ne è uscita fuori la nostra anima live».

Dici Il Male e pensi anche alla leggendaria rivista alternativa fondata nel 1978 da Pino Zac e Vincino. Apri il vinile e ci trovi un’illustrazione di Enzo Sferra che ne era un autore. Cosa ha rappresentato per voi quell’avventurosa stagione della storia dell’editoria italiana?
Andrea: «Sul piano anagrafico siamo un po’ più giovani rispetto ai protagonisti di quell’epoca, ma abbiamo respirato quell’aria lì: siamo cresciuti al centro sociale Macchia Nera, ricordo i libri di Stampa Alternativa Mille Lire quando entravo nelle case di quelli più grandi di me…»

Ufo: «Io ho imparato a leggere con Linus. Mi ricordo molto bene Frigidaire, Cuore, Comix… È andata che ex post, finito il disco, ci siamo chiesti: noi Zen Circus cosa facciamo? Politica? Cultura? Controcultura? Satira? Facciamo ridere? Facciamo incazzare? E allora prendiamo come punto di riferimento qualcuno che queste cose le ha fatte tutte insieme. E le ha fatte benissimo: Il Male, inteso come la rivista, questo era.

Karim: «Al Male sono stati i primi nella storia dell’editoria italiana a mettere insieme sacro e profano, con un certo gusto del paradosso. Proprio come, nel loro piccolo, provano a fare gli Zen».

In È solo un momento torna il tema del bilancio esistenziale. E torna un concetto che vi è caro: «Sei tua madre, sei tuo padre: non c’è scampo». Quasi ci fosse un destino, sopra le nostre teste, dal quale non possiamo affrancarci. «È solo un momento». Ma quanto dura di preciso questo momento?
Andrea: «Quella è una canzone dedicata a chi almeno una volta nella vita ha dovuto dirselo «È solo un momento». Come tutte le cose nostre, sembra disfattista, ma è anche monito a sapersi abbracciare da soli, rendersi conto di quello che ci sta accadendo e reagire. Non è necessariamente il bilancio esistenziale di una persona di 47 anni, ma un invito a prendersi cura di sé».

Karim: «Su È solo un momento posso dire che raramente un nostro pezzo ha avuto una reazione empatica così forte da parte del pubblico. Sarà che eravamo fermi da qualche anno».

Ufo: «O sarà che chi ci ascolta quella cosa lì se l’è detta».

The Zen Circus, fuori “Miao”, il nuovo singolo (e video)

«Questa canzone l’ho sognata, come McCartney Yesterday», recita il testo di Meglio di niente. È andata davvero così?
Andrea: «Confermo. E precisamente ho sognato che la stavamo suonando in uno studio televisivo. Poi il mio gatto mi ha svegliato, stavo cadendo dal letto ma ho fatto in tempo a prendere la chitarra e a buttarla giù. La cosa divertente è che la suoneremo per la prima volta proprio in uno studio televisivo. Mi era capitato diverse volte di sognare musica ma, prima di questa, non ero mai riuscito a fissarla. Poi, essendo un pezzo degli Zen, ci abbiamo messo dentro un po’ di autoironia: rispetto a Yesterday «certo non è la stessa cosa ma il subconscio non mente, non è divertente sapere che tutto è andato per sempre».

In pratica hai sognato una canzone che parla della necessità di scendere a patti con i propri sogni…
Andrea: «In effetti sì… prospettiva molto interessante».

Novecento e Vecchie troie esprimono invece il punto di vista della Generazione X, la vostra generazione. Prevale l’orgoglio o la vergogna? 
Andrea: «Beh… direi orgogna (ride, ndr). Nelle due canzoni la connotazione generazionale c’è e non c’è. Abbiamo un pubblico eterogeneo, in molti casi più giovane. Noi stessi siamo un gruppo intergenerazionale: tra Ufo e Karim ci passano in mezzo dieci anni. Nei pezzi c’è un po’ di noi, ma non è che ci siamo solo noi».

Ufo: «Le due canzoni si portano dietro una rivendicazione che è piena di frustrazione. Un’idea sgradevole che hanno le persone della mia generazione è per esempio veder tornare il Novecento».

La nostra è la prima generazione che ha trasformato in business la nostalgia. Questa cosa si vede persino scorrendo i video di TikTok. Il paradosso sta nel fatto che siamo finiti ad aver nostalgia di un periodo in cui, alla fine, neanche stavamo bene

Karim: «Considera che la nostra è stata la prima generazione che ha codificato e trasformato in business la nostalgia. Questa cosa si vede prepotentemente nei video di TikTok, il social che ultimamente sposta più soldi. E si sta nutrendo proprio di nostalgia. Il paradosso sta nel fatto che noi della Generazione X adesso abbiamo nostalgia di un periodo in cui, alla fine, neanche stavamo bene».

The Zen Circus: da sinistra Ufo, Andrea Appino e Karim Qqru (photo by Ilaria Magliocchetti Lombi)

E poi c’è Virale: «Alla sfilata le celebrità/ festeggiano insieme l’esclusività/ ma l’esplosivo è molto più inclusivo/ e le farà brillare in cielo». È più una condanna alla società dello spettacolo o alla società in generale?
Andrea: «Fa piacere che si colga il riferimento a Guy Debord che è stato un punto fermo nella scrittura di questa canzone».

Karim: «Debord però s’è ammazzato».

Andrea: «E io no, tié. È chiaro che nei nostri pezzi non sempre siamo noi a parlare. Come succede nel Bombarolo di De André, altro riferimento della canzone, a volte sentiamo la necessità di far parlare questo Male. Che può essere invidioso, rancoroso e animato da profondo odio verso un certo tipo di post verità».

Karim: «Proprio strana, a pensarci, la storia di Virale. Neanche doveva essere nel disco, eppure è andata a finire che è il brano che rappresenta di più il disco, forse perché rappresenta meglio quello che stiamo vivendo».

Ufo: «Perché è un brano che sottende una rivolta».

«Virale» è un brano che sottende una rivolta. Nella società dello spettacolo dell’Italia contemporanea tutto è format

Che tipo di rivolta?
Andrea: «Non lo sappiamo e non lo diciamo, ma ne facciamo parte pure noi».

Il giudizio sulla società dello spettacolo contemporanea, qui in Italia, in ogni caso qual è?
Karim: «Impietoso».

Ufo: «Tutto è format».

Andrea: «Un artista dovrebbe fare cose finché ha qualcosa da dire. Oltre c’è solo il diritto all’oblio. Non tutti, nel nostro mondo, sono in pace con l’idea. E questo è un problema».

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