Festival della canzone italiana
Dall’11 al 15 febbraio va in onda la 75esima edizione della kermesse con Carlo Conti. Tra rapper che cantano pop e Giorgia che prenota il podio
di Francesco Prisco
6′ di lettura
Ci sono rapper/trapper e affini ma cantano quasi tutti ballate pop. Tra i temi comanda il solito struggimento amoroso post separazione, eppure la canzone politica in qualche modo sopravvive e da qualche parte sbuca fuori a sorpresa. Fino a prova contraria dovrebbe essere il Sanremo di Giorgia, nel senso della cantante, ma attenti a Shablo che, tra gli «urbanisti» che giocano al pop, se la gioca bene. Ecco quello che abbiamo capito dopo i pre-ascolti riservati alla stampa del 75esimo Festival della canzone italiana, l’edizione del ritorno di Carlo Conti direttore artistico dopo il quinquennio di Amadeus. Come da formula collaudata, a ciascuno dei 30 Big in gara alla kermesse in programma dall’11 al 15 febbraio abbiamo dato un voto basato sull’impressione del primo ascolto. Perché il primo ascolto non si scorda mai.
Francesco Gabbani, «Viva la vita» 5
Al primo Sanremo guidato da Conti vinse tra le Nuove proposte, al secondo vinse tra i Big, poteva mai mancare al terzo? Francesco Gabbani c’è ma stavolta se la gioca con una ballata non particolarmente originale: «Come una poesia/ dentro l’eternità per una botta e via/ Sarà che una bugia/ dice la verità più della verità/ Ma com’è limpida/ Com’è domanica». C’è tanto sole là fuori, tanto ottimismo, pure troppo. Qualche ombra in più non avrebbe guastato.

Francesco Gabbani
Clara, «Febbre» 4.5
«E anche deludere è un’abitudine», canta Clara nel solito tunz tunz acchiappa stream. Non avremmo saputo dirlo meglio.

Clara
Willie Peyote, «Grazie ma no grazie» 7
Attenti a Willie che è un irregolare e, quando arriva, non sai mai di preciso cosa aspettarsi. Stavolta appoggia su un giro di chitarra bossa un pezzo politico che esprime benissimo lo spirito del tempo: «Dovresti andare a lavorare e non farti manganellere nelle piazze». E ancora: «Quanto va di modo il vittimismo di chi attacca ma dice che si difende». Grazie ma no grazie.

Willie Peyote
Noemi, «Se t’innamori muori» 5-
Arpeggio di piano e Noemi si affligge sulla solita dinamica tra lui e lei («Se inizia a svanire, la magia che c’era siamo già alla fine»). La firma è di Mahmood e Blanco, ma perfettamente ricondotti a un contesto pop.

Noemi
Lucio Corsi, «Volevo essere un duro» 7
Il cantautore maremmano porta a Sanremo la quintessenza della sua poetica glam: «Volevo essere un duro/ Che non gli importa del futuro/ Un robot/ Un lottatore di sumo/ Uno spaccino in fuga da un cane lupo/ Alla stazione di Bolo/ Una gallina dalle uova d’oro». E invece siamo sempre quello che siamo, senza averlo scelto. Un pezzo dolce, ma con le unghie affilate. Di gran classe l’arrangiamento d’archi nel ritornello.
Lucio Corsi
Rkomi, «Il ritmo delle cose» 4.5
La prima volta all’Ariston il pezzo nel complesso non era malaccio ma il piazzamento fu decisamente al di sotto delle aspettative. Ecco che allora Rkomi se la rigioca in maniera più furbesca, con un testo ammiccante e un ritornello pieno di ritmo: «Il ritmo delle cose/ Il ritmo che ci muove/ ci corre nella gola/ e ci spezza le parole». Anche nel titolo.

Rkomi
The Kolors, «Tu con chi fai l’amore» 6-
Si parte da una citazione di piano elettrico dei Supetramp giusto per darsi un tono (e qui si vede il mestiere di Calcutta, tra gli autori del brano), poi con Tre Kolors si va a finire nel solito tormentone disco specialità della casa. «Tu con chi fai l’amore/ E perché/ Sale come un ascensore/ Quando vengo da te/ Se fai così mi togli l’anima/ Che cosa stupida/ Tanto la cosa importante non è». Non sarà importante ma funzionerà, sì che funzionerà.

The Kolors
Rocco Hunt, «Mille volte ancora» 5-
In quota Napoli, quest’anno c’è innanzitutto l’urban nostalgico e buonista di Rocco Hunt, il fratello iscritto all’Azione Cattolica che Geolier non ha mai avuto: «Siamo anime buone in mondo cattivo/ Pecciò dicimm’: tutt’a posto». Non può mancare «’o caffè into ’e canzone». Più lo mandi giù, più ti tira su.
Rocco Hunt
Rose Villain, «Fuorilegge» 4
Urban micionesco di una specialista del genere: «Ma forse ho oltrepassato il limite di ore senza te/ Sento il tuo nome e inizia a piovere fuori e dentro di me». A un certo punto lei che si chiede: «Cosa fai/ mentre tutti dormono?» Verrebbe da risponderle: niente di che.

Rose Villain
Brunori Sas, «L’albero delle noci» 7.5
Il più atteso, forse il più bravo tra gli autori della canzone italiana contemporanea della generazione dei 40/50enni, se la gioca con una ballata delicata sull’albero che ha davanti casa e sulla difficile arte di invecchiare: «Vorrei cambiare la voce/ Vorrei cantare senza parole/ Senza mentire/ Per paura di farti soffrire». Premio della critica prenotato.

Brunori Sans
Serena Brancale, «Anema e core» 4-
In quota Napoli c’è anche questo reggaeton che «s’adda veré, s’adda veré». Ricordavamo già due canzoni intitolate Anema e core. Non sentivamo il bisogno della terza.
Serena Brancale
Irama, «Lentamente» 3.5
Altra ballatona urban tendente al piagnisteo. Nel testo, quante profonde verità: «È meglio fare l’amore se l’amore è un incendio». Eccerto. Tra gli autori figura Blanco, ma ci avremmo visto benissimo la buonanima di Massimo Catalano, quello che diceva che è meglio essere sposati a una donna bella e ricca che a una brutta e povera.

Irama
Marcella Bella, «Pelle di diamante» s.v.
Ripescata direttamente dagli anni Ottanta, Marcella Bella prova a replicare il caso Ricchi e Poveri dell’anno scorso, con in più un testo che sa di #Metoo: «Forte tosta/ Indipendente/ Pelle come diamante/ Non mi fa male niente». Tanto, troppo cringe. Ingiudicabile.

Marcella Bella
Achille Lauro, «Incoscienti giovani» 4.5
Tentativo di indurre il pubblico a sventolare gli accendini accesi in uno stadio piano. Solo che prima lo stadio andrebbe riempito: «Amore mio veramente/ Se non mi ami muoio giovane». Mezzo voto in più per il giro armonico che qua e là fa venire in mente La leva calcistica del ’68.
Achille Lauro
Elodie, «Dimenticarsi» alle 7 4
Elodie la butta sul ballo, tra le specialità della casa: «Quanta gente passa e se ne va/ che non sa chi sei». Beati loro.

Elodie
Tony Effe, «Damme ’na mano» 5-
Roma, nun fa’ la stupida stasera 4.0: il trapper più chiacchierato dell’ultimo anno non sfascia tutto come ci si sarebbe aspettato ma latineggia (nel senso ispanico del termine) un inno dedicato alla sua città: «Damme ’na mano/ che c’ho ner core/ solo ’na donna e ’na canzone/ Nun conta niente/ si crolla er monno». Si ha sempre più la sensazione che tutta la faccenda del Capodanno di Roma sia stato un teaser.

Tony Effe
Massimo Ranieri, «Tra le mani un cuore» 6-
Due firme illustri della musica leggera italiana (Tiziano Ferro e Nek) per un grande della musica leggera italiana. Ne esce una ballata dalla strofa che sa di filler e il ritornello che può funzionare: «La vita intera con il cuore in mare/ Il mondo l’ha già fatto a pezzi eppure lì rimane».

Massimo Ranieri
Sarah Toscano, «Amarcord» 3
Suggestioni retrò un tanto al chilo («C’è un vento/ che mi porterà/ Mi scioglierà le trecce/ di una vie en rose/ come Edith Piaf») che fanno a cazzotti con il tunz tunz sottostante.

Sarah Toscano
Fedez, «Battito» 5.5
Questo pezzo inaugura un nuovo genere, l’urban farmacologico: «Fluoxetina, poca saliva» ma anche «Serotonina cercasi». Considerando il popolo che siamo, ci sarà la gara a cercarci dentro tracce della storia con la Ferragni. Sempre considerando il popolo che siamo, potrebbe funzionare.

Fedez
Coma Cose, «Cuoricini» 6-
Ormai guadagnati alla causa del mainstream, i coniugi Zanardelli escogitano una cavalcata disco: «Cuoricini, cuoricini/ Pensavi solo ai cuoricini». Anche in questo caso, grandi potenziali da tormentone radiofonico ma quanta nostalgia per i calembour degli inizi.

Coma Cose
Giorgia, «La cura per me» 6.5
Pezzo sanremese in modo quasi classico per la grande favorita della vigilia: qualche elemento giovanilistico, struttura strofa-bridge-ritornello, testo struggente al puno giusto che punta al cuore del grande pubblico («Tutto passa/ Ma scordarti non so ancora come si faccia/ Qualcosa lo dovevo rovinare»). Questo pezzo getta un’opa sulla vittoria finale.
Giorgia
Olly, «Balorda nostalgia» 4-
Pop alla Pupo travestito da urban: «Vorrei/ Tornare a quando ci bastava/ Ridere, piangere, fare l’amore». Come diceva il principe Salina: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

Olli
Simone Cristicchi, «Quando sarai piccola» 6+
Per chi è fortunato, arriva il giorno in cui diventi genitore dei tuoi genitori. Parla di questo la canzone di Cristicchi: «Quando sarai piccola ti stringerò talmente forte/ che non avrai paura nemmeno della morte». Musicalmente siamo dalle parti di Concato. Si punta al cuore del pubblico over, ma forse la canzone ha il difetto di essere troppo esplicita.
Simone Cristicchi
Emis Killa, «Demoni» 4.5
Solito maledettismo ubran con un occhio attento all’attualità: «Andrò all’inferno, c’est la vie/ Baci che sanno di Fentanyl».

Emis Killa
Joan Thiele, «Eco» 5
Il titolo non allude a Umberto. E a leggere il testo si vede: «E se potessi dirti che/ Qui la paura non ha età/ Tu fissala forte dentro gli occhi/ spara al centro qui la notte non ci fotte». La reference è Girl, you’ll be a woman soon. Ma quanti guai ha fatto Tarantino!

Joan Thiele
Modà, «Non ti dimentico» 5-
Tutto cambia a questo mondo, ma il pop dei Modà resta sempre uguale a sé stesso. Non ti dimentico, con la classica progressione alla Kekko, è lì a dimostrarcelo.
Modà
Gaia, «Chiamo io chiami tu» 4
Ancora un tormentone Latin Tamarro con gli ammiccamenti al posto giusto: «Per esempio, a me piace la musica/ Stare nuda e nessuno che giudica». E poi il dubbio amletico: «Chiamo io chiami tu/ Chi è il primo che cede stasera». Io nel dubbio non risponderei.

Gaia
Bresh, «La tana del granchio» 6-
Bresh si iscrive al club degli artisti urban che provano la diversificazione pop per un artista urban: «Sono una madre che si sgola/ Una testa che gira ancora/ Una chitarra che non suona». Non c’è malaccio ma, fosse stata un po’ meno sgamata, sarebbe stato meglio ancora.

Bresh
Francesca Michielin, «Fango in paradiso» 5
Ballad che avanza piano ma inesorabile, armata di furbizia: «E quanto amore sprecherò/ quanti vetri rotti/ che sono plastica/ per i tuoi stupidi occhi». L’originalità abita altrove.
Francesca Michielin
Shablo feat. Guè, Joshua e Tormento, «La mia parola» 7-
Lo abbiamo visto: gli artisti urban vanno in direzione pop in questa edizione di Sanremo ma Shablo, con Guè, Joshua e Tormento, lo fa meglio di tutti gli altri. Ritornello da instant classic: «È una street song/ Per dare quello che ho».
Shablo
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