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Samurai e la difficoltà di prevedere una hit

A Sanremo 2026 «Ossessione» di Samurai Jay si ferma al diciassettesimo posto su trenta concorrenti. Pochi mesi dopo è doppio disco di platino: primo su Spotify Italia, con un ingresso nella Top 200 Global della stessa piattaforma, a lungo in testa nella classifica ufficiale italiana dei singoli e virale su TikTok. Quando un brano è ovunque, il suo successo appare ovvio. Ma è davvero così, o si tratta, piuttosto, di un’evidenza solo retrospettiva, che confonde l’esito di meccanismi sociali, in buona misura indirizzabili e amplificabili per via algoritmica, con un destino che, tuttavia, nessuno avrebbe potuto prevedere?

Chiedilo al Sole

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Indovinare una hit è il problema più antico dell’industria discografica, e uno dei più ostinati: da vent’anni un intero filone di ricerca – la cosiddetta Hit Song Science – prova a scioglierlo, incrociando sociologia e statistica su ciò che di un brano si può misurare: tratti musicali, testi, dati di piattaforma, prime reazioni del pubblico. Previsioni di questo genere sono al tempo stesso possibili e fragili, poiché intuire una hit significa stimare la probabilità che un nuovo titolo inneschi dinamiche collettive di attenzione, imitazione, condivisione, raccomandazione e rilancio, che solo in parte dipendono dai suoi pregi formali. Nemmeno gli algoritmi più avanzati oltrepassano questo limite: essi sanno interpretare segnali precoci, ancorché deboli, ma non prevedere gli effetti cumulativi prodotti dalla circolazione stessa del brano.

La ricerca ha isolato alcuni snodi ricorrenti nel percorso che porta una canzone al successo. Non una formula, ma i passaggi in cui quel percorso si decide. Il primo riguarda le sue feature sonore, ciò che rende il brano immediatamente candidabile alla selezione del mercato. Due sociologi, Askin e Mauskapf, hanno cercato di misurare la distanza ottimale dall’epicentro della convenzione – quel nucleo di stilemi condivisi propri di un’epoca musicale – che i brani di successo tendono, statisticamente, a mantenere. Studiando la Billboard Hot 100 tra il 1958 e il 2016 – quasi ventisettemila titoli – i due hanno ridotto ciascuna canzone a undici tratti sonori (acusticità, ballabilità, energia, strumentalità, tonalità, resa live, presenza di parlato, tempo, modo, metro, valenza emotiva): una sorta di impronta formale e percettiva del brano. Attraverso un indice di somiglianza hanno, poi, calcolato quanto quell’impronta si avvicinasse alle caratteristiche delle canzoni apparse in classifica nell’anno precedente, ricavandone una misura di tipicità. Il risultato smentisce l’idea che il mercato premi chi è più conforme: i brani troppo vicini alla convenzione tendono, infatti, a salire di meno nelle classifiche; a spingersi più in alto sono, viceversa, quelli con una tipicità di poco inferiore alla media. La conclusione è che occorre essere riconoscibili, ma fuori dal coro.

Il secondo snodo riguarda la prova sociale. In uno studio divenuto classico, Salganik, Dodds e Watts hanno allestito un mercato musicale artificiale – 14.341 partecipanti e 48 brani di band sconosciute – e confrontato una condizione indipendente, in cui i partecipanti sceglievano senza alcun segnale sulle preferenze altrui, con otto ‘mondi’ paralleli soggetti a influenza sociale, nei quali ciascuno poteva verificare quanti download ogni brano avesse già raccolto – in ciascun mondo stessi brani, ma individui differenti. È bastata questa informazione perché il mercato diventasse più diseguale e meno prevedibile. I brani migliori raramente affondavano e i peggiori raramente esplodevano, ma nella fascia qualitativamente intermedia gli esiti potevano divergere: lo stesso pezzo trionfava in un mondo e restava marginale in un altro. Vale a dire: la qualità restringe il campo dei candidati, ma è il meccanismo dei condizionamenti sociali a selezionare il vincitore effettivo.

L’ultimo passaggio riguarda le piattaforme di distribuzione e ascolto. Qui il successo non viene soltanto osservato, ma ordinato, amplificato e convertito in valore. Winkler e colleghi hanno mostrato che TikTok agisce come canale promozionale verso Spotify, ma in modo fortemente asimmetrico. Non tutti i brani ne traggono la stessa spinta. Il beneficio si addensa nella viral head, la testa virale della distribuzione, in cui i pochi pezzi più ripresi nei video raccolgono gran parte delle creazioni, degli stream e dei ricavi; sulla ‘coda lunga’, invece – la sterminata schiera di titoli con un pubblico minimo – l’effetto è debole o nullo. La soglia tra testa e coda, tuttavia, non segna un dislivello di qualità; essa nasce dagli stessi meccanismi di rinforzo osservati nella prova sociale di Salganik, Dodds e Watts. Il sistema di raccomandazione rilancia ciò che è già stato innescato, lo espone a nuovi pubblici e lo consolida nelle playlist, contribuendo così a convertire un vantaggio iniziale, dovuto o no al caso, in posizione dominante. L’algoritmo non stabilisce da solo se vi sarà una hit, ma incide su quali traiettorie, tra le molte avviate, salgano in testa o restino in coda.

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