Pop
I colpi di scena negli ultimi anni per il gruppo di Cambridge non sono mancati, ma “Forever Howlong” è la conferma del talento del sestetto
di Fernando Rennis
Riassumere i nemmeno dieci anni di esistenza dei Black Country, New Road è un’impresa. Il gruppo di polistrumentisti si forma nel 2018, prende il nome da una strada delle Midlands occidentali, balzata agli occhi dei sette giovani dopo aver cliccato sul pulsante “articolo casuale” su Wikipedia. La band era nata dalle ceneri di un’altra esperienza, chiusa senza nemmeno rendere pubblico il disco registrato, per le accuse di violenza sessuale all’allora cantante. La fiorente scena che ruota attorno al pub Windmill di Brixton li fa conoscere rapidamente, come gli amici Squid e Black Midi, in tutta Londra, ritrovandosi, così, a firmare per l’etichetta Ninja Tune nell’anno della pandemia, pubblicando il disco d’esordio nel febbraio 2021: nonostante il forte sperimentalismo, “For the First Time”, con i suoi sei brani e quaranta minuti di durata, si spinge fino al quarto posto della classifica britannica e conquista la stampa.
Imprevisti e la necessità di reinventarsi
Alla fine del 2021 i Black Country, New Road, nell’ordine, annunciano il secondo album, cancellano un tour europeo per l’indisposizione di un membro, fanno uscire un Ep di cover. Quattro giorni prima dell’arrivo di “Ants From Up There”, il cantante Isac Woods esce dal gruppo. Ma il sestetto può comunque brindare al terzo posto in classifica e, nonostante i vari progetti paralleli – e che progetti, Jockstrap, Ugly, Good With Parents – si rimette in tour, ripreso nel 2023 e fissato nel disco dal vivo e documentario “Live at Bush Hall”. Durante le pause tra un concerto e l’altro, nei soundcheck e nelle stanze d’albergo, prendono vita gli undici brani del terzo disco “Forever Howlong”. Sono scritti principalmente dalle donne del gruppo, Tyler Hyde, Georgia Ellery e May Kershaw, e conserva il tratto più marcato dei Black Country, New Road, quell’eclettismo sonoro che li fa passare con disinvoltura da echi folk a incastri prog, intrecciare lussureggianti riflessi chamber pop con la ruggine di chitarre mai del tutto sopite.
Una reazione ispirata
In principio, c’erano i Beatles. Almeno, così sembra ascoltando le atmosfere di “Besties”, in cui, però, versi come «So che voglio qualcosa di più» fanno capire subito che “Forever Howlong” riserva molte sorprese, cosa che i Black Country, New Road sanno fare molto bene nei loro album. Dopo un finale che, come l’intro, si affida a strati di voci, l’atmosfera si fa lisergica con la vorticosa e teatrale “The Big Spin”. In un album che per Tyler Hyde è contraddistinto da «uno spettro piuttosto ampio di femminilità», con la sua tessitura di voci, “Mary” è certamente uno dei suoi momenti più affascinanti. È preceduta da “Two Horses” e “Socks”, due canzoni di sei minuti, intervallate da “Salem Sisters”, si tratta di un trittico che sembra quasi un unico flusso, un saliscendi emotivo in cui si alternano momenti voce e pianoforte, onde di fiati che s’infrangono su chitarre spigolose, rincorse ritmiche, cori, virate epiche che riportano in mente i migliori Arcade Fire. La coppia “Happy Birthday” e “For the Cold Country” sono agli estremi: la prima è stata facilissima da arrangiare, la seconda l’esatto contrario. Ma il risultato è ottimo in entrambe. «Mi sono innamorata di un sentimento», canta la band in “Goodbye (Don’t Tell Me)”, uno dei brani più belli del disco, un album che, nonostante tutto, gode di una grande ispirazione.