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Quel decadente alternativo di Joyeria

Pop

Il misterioso artista londinese pubblica il suo album d’esordio, sceglie di farlo valorizzando il formato fisico e con sarcasmo e post punk

Tra i recenti album usciti da segnalare, come il glitch pop di Arca con “XXXXX”, il rock melodico di Lucia & The Best Boys in “Picking Petals” e l’art pop degli Shearwater di “The New World”, ce n’è uno impronunciabile e difficile da scrivere ma molto interessante, cioè l’ultimo disco di Four Tet, e il ritorno degli Strokes con “Reality Awaits”. È passato piuttosto inosservato invece lo sperimentalismo di Joyeria, artista di origine polacca, cresciuto in Canada e di base a Londra. Lui ci scherza su dicendo che nessun posto lo vuole, ma in realtà questo background gli ha permesso di sviluppare un sound fatto di melodie semplici, chitarre indie rock, produzioni lo fi e intuizioni imprevedibili. Le sue canzoni nascono da testi che cercano di catturare uno stato d’animo e lo intagliano con l’ironia acuta di un autore in debito con il poeta serbo-americano Charles Simić.

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Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Ai margini dell’industria musicale

Con un atteggiamento da outsider, Joyeria ha passato anni in varie band. Nel 2021 ha pubblicato un singolo per la Speedy Wunderground, etichetta di South London fondata dal produttore Dan Carey, Alexis Smith e Pierre Hall che nel suo manifesto specifica alcuni obiettivi precisi: registrazioni di un giorno e a presa diretta. “Here Comes Trouble” dura sei minuti e presenta almeno tre atmosfere diverse che ne contorcono l’andamento. L’anno dopo arriva l’Ep “FIM”, sei brani di art punk in bilico tra cinismo e introspezione, e nel 2025 “Graceful Degradation”. Qui l’enigmatico cantautore spinge sulla sperimentazione, controbilanciandola con riff e parti vocali incisivi. Il titolo prende spunto dal concetto di David Courtenay Marr, secondo il quale un sistema efficiente di elaborazione delle informazioni dovrebbe essere in grado di reagire a errori di lieve entità senza produrre risultati completamente errati. La mente umana sembra possedere questa proprietà, mentre la maggior parte dei computer ne è priva.

Canzonare la decadenza

Forse è per questa idea che “Decay Decay Decay”, l’ultimo album di Joyeria, è disponibile soltanto fisicamente nei negozi Rough Trade e su Bandcamp, anche in un’edizione a tiratura limitata che include un libro di poesie. Il cinismo e le radici sonore rimangono le stesse, ben presenti sin dal brano che introduce il disco, “Duller Grey”, una ballata triste, acida e attorta. Il valzer lisergico di “New Way” viene interrotto ripetutamente da strappi post punk e si rimane su queste sonorità in “The Donkey”. Sullo sfondo il sarcasmo con cui affrontare l’età adulta e una società intrisa di quel realismo capitalista fisheriano, in primo piano le chitarre dei Pavement, il tiro dei Fall. Tutto questo è condensato in brani come “Back in the U.K.K.K.”, “Winner” o “Damn!”. Nonostante cambi di ritmo e incastri spigolosi, il disco d’esordio di Joyeria scorre spontaneo lungo le sue dieci canzoni, che siano notturni allucinati (“Nothing’s Wrong”), i Blur alle prese con il motorik (“Recent Discovery”) o abissi noise che inghiottono motivetti spensierati (“No”). Abbiamo bisogno di artisti obliqui – vedi Cindy Lee – in questa nostra epoca dettata dal conformismo algoritmico. Dovremmo concedere più spazio a chi dimostra che un’alternativa è percorribile. In questo senso, Joyeria ci dà una bella lezione.

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