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Quando le parole contano più della musica

Canzoni&Tenzoni

Il libro di Giulio Carlo Pantalei, «Una lingua per cantare», racconta i tempi in cui la canzone era un genere letterario prima che musicale

di Federico Capitoni

I punti chiave

  • Il ragionamento fonetico di Pasolini
  • Dalla e Roversi

2′ di lettura

«Avevamo deciso di fare delle canzoni intelligenti. Quindi c’erano i testi di Pavese, di Calvino, di Pasolini…». Sono parole di Giovanna Marini, riportate nel libro Una lingua per cantare, di Giulio Carlo Pantalei, che racconta quella stagione, tra gli anni ’50 e ‘70, in cui gli scrittori italiani – da Fortini ad Arbasino – si sono cimentati nella canzone. Ora, magari la “canzone intelligente” cui si riferiva la cantautrice non sarà quella di Cochi e Renato – e anzi forse proprio quest’ultima motteggiava certi tentativi intellettualistici della musica pop –, ma la parola più interessante della sua dichiarazione è quel «quindi»: l’intelligenza sarebbe stata cioè nella penna del grande scrittore. Una considerazione del genere, pur da parte di una musicista di formazione accademica, pare amplificare quell’equivoco per cui il cosiddetto “impegno”, nella canzone, si trovi più nelle parole che nella musica.

Il ragionamento fonetico di Pasolini

Se, come si legge, Pasolini, per esempio, ragionava sempre foneticamente, scrivendo testi da cantare, che avessero cioè una musicalità destinata a ulteriore musica, anche vero è che nella maggior parte dei casi – dai Cantacronache in poi – a un testo ricercato non corrispondeva una musica altrettanto sofisticata. Il tentativo insomma di far diventare “colta” la musica leggera dava l’impressione incardinarsi nel culto della parola piuttosto che in quello della composizione musicale. Tra le ragioni c’era quella di evitare che una musica troppo elucubrata ostacolasse l’emersione del testo verbale, ma ciò comproverebbe l’intento di far primeggiare, o quanto meno brillare, la parte letteraria.

Dalla e Roversi

Talvolta i motivi sono da ricercare anche nella difficoltà di applicare la musica a un testo poetico intoccabile, faticosamente piegabile alla musica. È il caso della collaborazione tra Dalla e Roversi, ove il cantautore ha dovuto spesso arrendersi a una recitazione anziché escogitare un cantabile per via della rigidità del verso e dell’insostituibilità della parola. C’è un’inesattezza nel libro, a questo proposito: sul primo disco della coppia, Il giorno aveva cinque teste, non era scritto “Dieci canzoni su testi di Roberto Roversi” (come invece nel secondo, Anidride solforosa), bensì “Roberto Roversi – Dieci canzoni per Dalla”. La differenza è sostanziale ed è importante evidenziarla perché, avvenimento più unico che raro, riesumava un’abitudine quasi madrigalistica e degli albori del melodramma, quando la musica era «serva della parola» e la lirica – fosse una poesia o un libretto – era «posta in musica». La cosa – esattamente come è avvenuto nella liederistica e nell’opera – è cambiata in fretta, invertendo la gerarchia, ma l’esperienza dei letterati prestati alla musica sembrava proprio ricondurre l’idea della forma canzone a un genere letterario ancor prima che musicale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Giulio Carlo Pantalei Una lingua per cantare Einaudi, pagg. 310, € 24

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