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Prince, dieci anni fa la morte: quanto vale il suo patrimonio e chi lo controlla

Music business

Il Genio di Minneapolis se ne andò il 21 aprile 2016, lasciando una «cassaforte» piena di inediti. Oggi è tutto in mano al Prince Estate

di Francesco Prisco

Se qualcuno dovesse avere ancora dubbi su quanto sia attuale il suo testamento artistico, può guardarsi l’ultima stagione di Stranger Things: non sarebbe la stessa senza When Doves Cry e soprattutto l’immortale Purple Rain. Perché Prince è morto il 21 aprile 2016, esattamente dieci anni fa, ma in verità non se n’è mai andato: è ancora qui a farci compagnia nell’evo retro-maniaco della popular music, in questo eterno presente dove quello che ascolteremo domani, in fondo, lo abbiamo già ascoltato ieri. Un’epoca perfetta per un artista che di sostanza ne aveva tantissima, ma sapeva giocare con la forma come pochi altri al mondo. Fino a trasformarla nel valore aggiunto della sua arte.

Genio di Minneapolis, per la critica americana che ne accolse l’opera alla fine degli anni Settanta, ne colse gli elementi continuità con la black music (il «Genius», all’epoca, era innanzitutto Ray Charles) ma anche i segnali di rottura con la tradizione. C’erano il soul e il funk, certo, qualche spruzzata di jazz che rende tutto più originale, una strizzata d’occhio al pop perché gli anni Ottanta erano alle porte e la gente voleva ballare, venature di rock psichedelico, perché Prince era anche un ottimo chitarrista. E pure con il resto degli strumenti non se la cavava affatto male. Mica per caso ti chiamano Genius. Mica per caso tale Miles Davis, che è come dire il jazz fatto persona, lo paragona a Duke Ellington tirandosi addosso l’ira funesta di tanti illustri colleghi.

Da For You, album d’esordio del 1978, Prince è sempre stato un caso. Come quando nel 1987, all’apice del successo, pubblicò The Black Album, risposta nera al «White Album» dei Beatles, il cui autore doveva restare ignoto ma che, poco prima dell’uscita, fu ritirato e mandato al macero senza che se ne capisse mai bene il motivo (uscirà nel ’93). Morte alle mezze misure: in quasi 40 anni di carriera Prince ha alternato bestseller globali (il fondamentale concept di Purple Rain), flop dalle proporzioni clamorose (uno su tutti: Graffiti Bridge), contratti ricchissimi (famoso quello da 100 milioni di dollari con Warner Music nel 1992) e continue trasformazioni del suo personaggio con relativi cambiamenti di nome (Tafkap, ovvero «The Artist Formerly Known As Prince», The Artist, Symbol, tutti per lui, che all’anagrafe risultava Prince Rogers Nelson) in polemica periodica con le major dell’industria discografica. In una certa fase si è pure fatto ritrarre con la provocatoria scritta «slave» (schiavo) sulla guancia.

Se invece c’era una schiavitù cui non ha mai voluto sottrarsi, era di sicuro quella del sesso: formidabili i suoi giochi con l’ambiguità degli anni Ottanta (si veda la copertina di Love Sexy), i ritratti femminili dei suoi testi che lasciavano poco all’immaginazione («I knew a girl named Nikki/ I guess you could say she was a sex fiend»), la cerchia di donne belle e di talento di cui amava circondarsi.

Ma il grande amore restava la musica: era in grado di fare da solo tutto ciò che c’è da fare in uno studio di registrazione o su un palco. Non ne aveva mai abbastanza: dopo i concerti ufficiali, era capace di spendersi in estenuanti jam session nell’ultimo locale della città. Tra i primi a vendere direttamente la sua musica online, pochi mesi prima di andarsene negò a sorpresa il suo songbook alle piattaforme più popolari Spotify e Apple Music, concedendo l’esclusiva a Tidal, sistema lanciato dal rapper Jay Z. Oggi su Spotify le sue canzoni ci sono e contano 21,3 milioni di ascoltatori mensili. Più o meno quelli di Bruce Springsteen o U2, fuoriclasse della sua stessa generazione ancora sulle scene.

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