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Peppe Vessicchio, ritratto del direttore di Sanremo che divenne icona pop

Addii

Morto a 69 anni il musicista, arrangiatore e volto televisivo che fu meme prima dei meme. Dagli esordi coi Trettré alla causa con la Rai

di Francesco Prisco

La sua leggenda, probabilmente, è nata a Sanremo 1996 quando Elio, frontman degli Elio e le Storie Tese, secondi a sorpresa con La Terra dei Cachi, brano eponimo della nazione in cui nostro malgrado viviamo, dal palco dell’Ariston lo apostrofa come «Maestro Peppuzziniellicchio Vessicchiuccetticci». È lì che Peppe Vessicchio, grande professionista della musica, supera la dimensione di semplice direttore d’orchestra e diventa altro: icona pop a tutto tondo, meme prima che esistessero i meme, rarissimo patrimonio nazionale condiviso in un Paese che, dai tempi di guelfi e ghibellini, ogni volta che può si divide su tutto.

È morto a 69 anni, in un pomeriggio di novembre all’Ospedale San Camillo di Roma, dove era ricoverato per una brutta polmonite, il Maestro di Sanremo per eccellenza, asset immateriale per la Rai forse più importante del Cavallo di Viale Mazzini. Se non fosse stato per il fatto che con la Rai era finito a causa per questioni di diritto d’autore legate a Margherita, sigla de La prova del cuoco, sempre perché siamo il Paese di guelfi e ghibellini. E quella causa la aveva vinta, perché c’è un giudice a Berlino ma qualche volta pure a Roma.

Prima della televisione, Vessicchio era in ogni caso stato molte cose, fuori ma quasi sempre dentro la musica. Nato a Napoli nel 1956, aveva fatto parte del gruppo comico dei Trettré prima degli anni Ottanta, la sostituzione con Gino Cogliandro e il successo al Drive In. Perché Peppe, diplomato al Conservatorio di San Pietro a Majella, si sentiva musicista e voleva fare soprattutto musica nella vita. E così si trova a collaborare con artisti del calibro di Gino Paoli, Edoardo Bennato e Peppino di Capri. Con Paoli firma successi come Ti lascio una canzone e Cosa farò da grande. Dagli anni Novanta si lega indissolubilmente Festival di Sanremo, dove diventa presenza fissa e vince per quattro volte: nel 2000 con gli Avion Travel (Sentimento), nel 2003 con Alexia (Per dire di no), nel 2010 con Valerio Scanu (Per tutte le volte che) e nel 2011 con Roberto Vecchioni (Chiamami ancora amore). Poi il rapporto con Rai si rompe per la causa che il Maestro deve intraprendere per vedersi riconoscere i diritti di Margherita e la sua presenza a Sanremo comincia a rarefarsi.

Ma è il pubblico televisivo di Sanremo a volerlo all’Ariston e, siccome siamo nell’epoca dei social, è tutto un fiorire di meme in cui Vessicchio è caldamente invitato a dirigerci la vita, con Peppe che diventa anche l’unico personaggio che può confermare o ribaltare il vostro punteggio al Fantasanremo. Lunghissima la lista di collaborazioni (da Andrea Bocelli a Zucchero da Ornella Vanoni a Ron e Biagio Antonacci) così come quella delle sue passioni oltre la musica. Due su tutte: il calcio e il vino. Originario di Fuorigrotta, quartiere dello Stadio Maradona, era un grandissimo tifoso del Napoli, così come aveva fondato la cantina Musikè, dove si producono Montepulciano e Trebbiano d’Abruzzo affinati con… l’armonia musicale.

Dell’icona aveva il physique du rôle: il barbone sapiente da filosofo greco, la pettinatura e il papillon da dandy, quel sorriso bonario del capitano di mille battaglie. Presso il nostro pubblico televisivo riusciva a essere influente con la sola imposizione delle mani, giacché il suo ruolo non prevede la parola. Forse perché, attraverso la sua icona, passava forte e chiaro un messaggio: certe volte non è tanto quello che dici, ma il fatto che tu sia una persona perbene e sappia far benissimo il tuo mestiere. Un messaggio, in fondo, così poco italiano.

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