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Oltre il tempo: il nuovo orizzonte dei Big Thief

Pop

Dopo una fase di fratture e cambiamenti, i Big Thief tornano con un disco che unisce fragilità, sperimentazione e luce condivisa

di Fernando Rennis

Dal debutto con Masterpiece nel 2016, i Big Thief si sono imposti come una delle realtà più originali e poetiche della scena indipendente contemporanea. La band, oggi formata da Adrianne Lenker, Buck Meek e James Krivchenia, ha saputo fondere confessione personale e tensione universale, alternando brani intimi e fragili a improvvise aperture cosmiche. Le loro canzoni, spesso intrise di memorie e simboli naturali, oscillano tra il dolore e la rinascita, tra la ricerca di autenticità e la consapevolezza del tempo che scorre. Dopo aver attraversato la perdita del bassista Max Oleartchik e varie esperienze soliste, il trio ha scelto di ricompattarsi senza cercare sostituti, preferendo aprire il proprio nucleo a una comunità allargata di musicisti. Ne è nato “Double Infinity”, un lavoro che segna una svolta: più arioso e collettivo rispetto ai dischi precedenti, ma sempre ancorato alla sensibilità radicale di Lenker, alla sua capacità di intrecciare dettagli concreti e visioni metafisiche.

La nascita di Double Infinity

L’album è stato registrato a New York nei Power Station Studios, in tre intense settimane d’inverno. Ogni giorno, in bicicletta da Brooklyn a Manhattan, i Big Thief hanno vissuto una sorta di rituale creativo, suonando per nove ore di fila in una grande stanza di legno che già aveva ospitato leggende come Springsteen. Accanto al trio, undici musicisti ospiti hanno arricchito le sessioni: Laraaji con i suoi droni di cetra e iPad, Joshua Crumbly al basso, Mikey Buishas con i loop su nastro, un piccolo ensemble di percussionisti e voci femminili come Hannah Cohen e June McDoom. Tutto è stato inciso in presa diretta, senza separazioni, lasciando spazio a improvvisazioni e scoperte collettive. A guidare il processo, il fidato collaboratore Dom Monks, capace di preservare l’immediatezza di una vibrazione comunitaria che ha trasformato le difficoltà in nuova energia. Il risultato è un archivio sonoro di quella esperienza, un disco che si nutre tanto di fragilità individuale quanto di forza condivisa, con la band che ritrova slancio aprendosi all’esterno.

L’incomprensibile leggerezza dell’essere (sé stessi)

L’apertura con “Incomprehensible” mette subito in chiaro il tono: tra ricordi d’infanzia e riflessioni sull’invecchiamento, Lenker canta la possibilità di accogliere la bellezza come forza vitale. “Words” approfondisce il limite del linguaggio, dove la musica diventa veicolo di verità più delle frasi stesse. Il brano è una cascata di suoni che crescono e diminuiscono d’intensità avvolgendo la penna di Lenker, una delle migliori della sua generazione. Con “Los Angeles” riaffiora invece una luminosa nostalgia: un amore sopravvive al tempo trasformandosi in amicizia e magia condivisa seguendo un’atmosfera dylaniana. “All Night All Day” ha un sottotesto esotico, tenuto a freno da una dolce malinconia che celebra i corpi e il piacere come via di liberazione dalla vergogna. Mentre “Grandmother”, primo brano scritto collettivamente e in cui collabora l’artista statunitense Laraaji, trasforma amore e dolore in un mantra sonoro di ampio respiro e ricco di emozione.

La title track porta al cuore filosofico del disco: il corpo come ponte tra mondi interiori ed esteriori, la ricerca di ciò che resta immutabile “dietro l’essenza”. La conclusiva “How Could I Have Known” evoca l’immagine del Pont des Arts a Parigi, con i lucchetti che cedono sotto il peso delle memorie, a ricordare che nulla può essere trattenuto per sempre. In “Double Infinity” i Big Thief guardano al tempo, alle perdite e alle metamorfosi, trovando nella musica un modo per trasformare tutto in presenza e luce.

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