Joni Mitchell, una Signora tra folk e jazz
Anche grande amatore, a dirla tutta. Tra i suoi amori, ci fu per esempio Joni Mitchell, tra le maggiori icone mondiali della canzone d’autore, nativa di Fort MacLeod, Alberta, negli anni Sessanta e Settanta organica della scena di Laurel Canyon. L’unica artista a essere passata indisturbata tra folk, rock e jazz, osannata dalla critica, amata dal pubblico e riamata da innumerevoli illustri colleghi (oltre a Cohen anche Graham Nash, David Crosby, James Taylor e Jackson Browne a stare stretti). C’è chi sostiene che, se fosse stata uomo, con la grandezza delle sue canzoni avrebbe fatto ombra a Dylan. E non ha tutti i torti. Provare Blue (1971) ed Hejira (1976) per credere.
Old Neil Young
Il più noto e trasversale tra i musicisti canadesi di quella generazione è sicuramente Neil Young. Uno che a cavallo tra i due confini, tra gli anni Sessanta e Settanta, ha fatto e disfatto: fondando band e superband (Buffalo Springfield, Crazy Horse, Crosby Stills Nash & Young), pubblicando pietre miliari (After the Gold Rush, Harvest, Rust Never Sleeps), attivandosi sul fronte politico. Quelli come Trump li conosce e li evita: contro i suprematisti bianchi in tempi non sospetti scrisse Alabama e Southern Man, contro gli anti vaccinisti – e Joe Rogan in particolare – per due anni ha tolto le sue canzoni da Spotify. Contro Trump in persona, cinque anni fa, sporse addirittura denuncia, dal momento che per la campagna elettorale si appropriò dell’inno Rockin’ in the Free World. A novembre farà 80 anni, ma non molla di un centimetro: in questi giorni ha per esempio annunciato che aprirà il suo prossimo tour europeo con un concerto gratuito in Ucraina.
In territorio mainstream troviamo le teen idol anni Novanta Alanis Morrisette (di Ottawa) e Duemila Avril Lavigne (di Belleville, Ontario), mentre il mondo indie del Nuovo millennio deve molto agli Arcade Fire che hanno base a Montreal. A proposito di jazz: difficile immaginare qualcosa di più autenticamente americano di Gonna Fly Now, lo strombazzante tema della colonna sonora della saga di Rocky. La scrisse l’italoamericano Bill Conti, ma a suonare la tromba c’era un certo Maynard Ferguson di Verdun, Qubec. Uno degli acutisti più prodigiosi di tutti i tempi.
«Dune» secondo Villeneuve
Se ci spostiamo sul cinema, il Canada annovera registi tutt’altro che banali, come Atom Egoyan (bellissimo Il dolce domani), la buonanima di Jean-Marc Vallée (Dallas Buyers Club) e Jason Reitman, maestro del politicamente scorretto con commedie effervesceti come Thank you for Smoking e Juno, ma il più quotato è senza dubbio Denis Villeneuve, specialista in re-boot fantascientifici. Per dire: dopo Blade Runner 2049, ha messo la firma sui due capitoli della nuova trasposizione cinematografica del ciclo di Dune, tratto dai romanzi di Frank Herbert. Anche in questo caso viene difficile immaginare qualcosa di più genuinamente americano.
La versione di Richler e quella di Trump
Terra di maestri della narrazione, il Canada ha dato i natali ai premi Nobel per la Letteratura Saul Bellow, ebreo di Lachine, Qubec, autore del monumentale Herzog, e Alice Munro, cui dobbiamo un titolo che restituisce plasticamente la situazione che stiamo attraversando: Uscirne vivi. Il più noto tra i romanzieri canadesi in Italia è senza dubbio Mordecai Richler, ancora un ebreo del Quebec (di Montreal, per la precisione) che ci ha regalato perle di tagliente ironia come La versione di Barney e il sottovalutato Solomon Gursky è stato qui. I canadesi ci hanno poi aiutato a comprendere meglio questo pazzo, pazzo mondo: prendete Marshall McLuhan, il sociologo de La galassia Gutenberg e Gli strumenti del comunicare, il primo a studiare in maniera organica l’impatto sull’uomo dei mass media, l’inventore di espressioni fondamentali come «villaggio globale». Uno che aveva già intuito le dinamiche del fenomeno Trump pur essendo morto 37 anni prima che si insediasse alla Casa Bianca per il primo mandato. Ma forse a Trump stanno più a cuore altri di lui concittadini. Tipo John Tenta, un cattivone di 209 chili per un metro e 96 di altezza, nome di battaglia Terremoto Canadese. Perché in fondo anche il wrestling è a suo modo cultura.
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