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Morto James Senese, il sax «nero a metà» tra Napoli Centrale e Pino Daniele

Musica

A 80 anni se ne va un protagonista assoluto della musica anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Fondò gli Showmen, poi scoprì il prog e «Pinotto»

di Francesco Prisco

Napoli: è morto James Senese, storico sassofonista di Pino Daniele

Nel jazz tutti ci ricordiamo i maestri dell’assolo, quelli che stanno al centro del palco, i leader senza paura che, improvvisando, da soli ti tengono in piedi un pezzo. E così va a finire che spesso ci dimentichiamo gli specialisti dell’interplay, ossia quella capacità innata di interagire, rispondere strumento alla mano a chi ti suona intorno, aggiungere musica alla musica. A Napoli si direbbe «sta’ mmiezz’», stare in mezzo. James Senese, monumentale sassofonista e testimone militante del cosmopolitismo napoletano morto a 80 anni d’età, era soprattutto questo: un professore dell’arte di «sta’ mmiezz’».

È stato una figura centrale della musica anni Sessanta, Settanta e Ottanta di questo Paese, perché dava sostanza agli Showmen di Un’ora sola ti vorrei, guidò la rivoluzione prog dei Napoli Centrale e scoprì un certo Pino Daniele, dopo il quale niente, per la musica di Napoli ma anche per quella italiana, sarebbe stato come prima. Così come «Pinotto» non sarebbe mai stato Pino Daniele, senza l’assolo di sax di Quanno chiove.

Addio a James Senese, il sassofono cosmopolita di Napoli

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Era un «figlio della guerra», nato a Miano, periferia Nord, il giorno della Befana del 1945 da madre italiana e padre afroamericano. Dietro le spalle aveva una di quelle potenti storie evocate dalla Tammurriata Nera che a Napoli, per più di una generazione di musicisti, equivalevano a grado di nobiltà. Assieme a Mario Musella, un altro nero a metà, a Terzigno nel 1961 fondò il complesso di Gigi e i suoi Aster. Pochi anni dopo, i due daranno vita con Vito Russo alla band Vito Russo e i 4 Conny, incidendo per l’etichetta King di Aurelio Fierro. Salto di qualità nel segno del beat nel 1965 con gli Showmen, la band che porta in Italia le sonorità soul di Otis Redding, James Brown e Marvin Gaye e nel 1968 vince il cantagiro con Un’ora sola ti vorrei. Non era più beat, era già qualcosa di diverso. Qualcosa che Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, giocando a fare paragoni con il Black Power di oltre oceano, battezzeranno Neapolitan Power.

Dopo lo scioglimento della band, James e il batterista Franco Del Prete lanciano gli Showmen 2, prima della svolta prog del 1974 con i Napoli Centrale. Qui Senese occupa il centro della scena e, politicamente cantando, non le manda certo a dire: «Po’ figlio do bracciante/ ’A campagna è n’ata cosa/ ’A campagna è sulamente/ Rine rutt’ e niente cchiù». La band è un progetto aperto, come si portava all’epoca. E così James si trova a fare il provino a un giovane chitarrista di Santa Lucia, suo grande fan. Vede in lui grande talento, ma per entrare nei Napoli Centrale gli pone una condizione: lasciare la chitarra per il basso elettrico. Quel ragazzo si chiamava Pino Daniele.

Un sodalizio senza fine, quello tra i due, che a rapporti di forza invertiti – Pino Daniele dopo Terra mia, l’omonimo e Nero a metà è la next big thing della musica italiana di qualità – culminerà nel leggendario supergruppo che nel 1981 farà esplodere di pubblico piazza Plebiscito, la cosa più vicina a Woodstock che si sia mai vista a Napoli: con loro sul palco Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo, Joe Amoruso e Tony Esposito, gli stati generali del Neapolitan Power.

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