Pop
Justin Vernon pubblica “Sable, Fable”, album malinconico, intenso, sospeso tra soul, elettronica e folk
di Fernando Rennis
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Speyside è il nome di una delle cinque regioni scozzesi famose per la produzione del whisky, ma è anche il titolo di un brano che Justin Vernon ha scritto a settemila chilometri di distanza, a Key West, in Florida, dall’altra parte dell’Atlantico. Nei primi mesi del 2021 il cantautore aveva lasciato temporaneamente il Wisconsin, dove è nato e cresciuto. Tre anni dopo, Bon Iver torna con “Sable”, un trittico di brani che in dodici minuti nascondono nella loro semplicità una profonda riflessione sulla natura umana, un processo di accettazione dell’ansia, del senso di colpa e della speranza. Infatti, l’Ep si chiude con i versi «Ma sai cosa resterà? Tutto ciò che abbiamo fatto», uno scatto di fiducia per superare il concetto stesso di “Sable”, ovvero scuro, nero. Come spiega Vernon, «l’ombra si fa ancora sentire in tempi più leggeri» ed è per questo che il quinto album s’intitola “Sable, Fable”: contiene l’Ep e altri nove brani, aggiungendo favole che «non sono imperniate sul lieto fine; sono qui per impartire una lezione».
Tra radici e innovazione
Abbiamo familiarizzato con lo pseudonimo di Justin Vernon nel 2007, quando Bon Iver – libera trascrizione dal francese “Bon hiver”, dal titolo di un episodio della serie “Northern Exposure” – è diventato l’autore dell’acclamato album “For Emma, Forever Ago” e il nome del gruppo che segue dal vivo l’artista nato a Eau Claire. L’esordio comprendeva nove brani registrati in una baita in inverno, dopo la fine di una relazione e lo scioglimento di un gruppo. Il suo intimismo folk si apriva a un sound più complesso e un sapiente uso della dinamica in “Bon Iver, Bon Iver” del 2011, cinque anni dopo veniva arricchito dall’elettronica di “22, A Million” e nel 2019 raggiungeva un ottimo equilibrio tra ambizione e l’identità estetica di Vernon in “i,i”. A distanza di sei anni, il quinto episodio discografico firmato Bon Iver testimonia un conflitto tra minimalismo e ricchezza sonora.
Una mano tesa verso la solitudine
Ascoltando “Sable, Fable” salta subito alle orecchie come la seconda parte sia più corale e luminosa rispetto ai primi tre brani. “Short Story” alterna momenti spogli a esplosioni di suono, intrecci di voci, un’elettronica profonda che puntella la chitarra acustica al centro della scena, archi a cascata. La luce si riflette in “Everything Is Peaceful Love”, una “Sexual Healing” infestata da un passato su cui si posa la paura di rapporti finiti, ma trafitta da una rasserenante accettazione della volubilità delle emozioni. Se “Walk Home” è una canzone sul desiderio che vira verso territori R&B, “Day One”, con Dijon e Flock of Dimes, la sfiora, puntando dritto a un soul bagnato dall’elettronica. In “From”, invece, sono gli strumenti acustici a prendere il sopravvento, soprattutto quello che Vernon reputa quello «più bello che i pagani abbiano costruito», la pedal steel guitar.
Nella parte finale del disco, c’è anche il brano che ne ha decretato il suo inizio. Era il febbraio 2022 quando Jim-E Stack, stretto collaboratore di Vernon, è arrivato allo studio appena ristrutturato di April Base con Danielle Haim. Rimasti bloccati dalla neve per diversi giorni, i tre hanno dato vita alla ballata “If Only I Could Wait”. Ecco, il quinto album di Bon Iver dimostra che a volta vale proprio la pena aspettare.
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