Un Dalí inedito, certamente glamour, ma anche molto di più. Nell’esposizione milanese il confine tra moda e arte evapora per aprirsi a una dimensione che rappresenta tutto Dalí: l’uomo, l’artista, i suoi umori e le passioni, la dimensione teatrale. Il catalano usava infatti sapientemente il medium della moda, nonché il travestimento e la performance. L’uso di corpi surrogati fu una prerogativa a cui non volle rinunciare, cui si aggiunse la fascinazione per il vetro, da lui usato come “teca e vetrina al contempo”.
D’altronde, già prima dell’ufficiale inizio dell’avventura nella couture, le sue opere, già dalla metà degli anni Venti, rivelano la fascinazione per oggetti sartoriali, busti, scarpe e manichini.
Dalì e la moda in mostra al Palazzo Reale di Milano
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I manichini
Nel suo celebre saggio su San Sebastiano del 1927 propone un concetto moderno, e più che mai interessante, se applicato alla moda: la dualità tra manichini quiescenti e manichini viventi. Dalí stesso diventa infatti manichino ed espressione della sua complessa identità, nelle sue apparizioni ed esibizioni o anche nella semplice presenza a eventi mondani.
L’esposizione di Palazzo Reale, grazie alla collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, con la curatela di Laura Bartolomé e di Judith Clark, storica della moda e professoressa presso la University of the Arts di Londra, è una mostra densa, fortemente curata, tributo elegante e coinvolgente alla complessa e sfaccettata dimensione creativa di Dalí.
Il percorso si apre con la citazione dall’autobiografia “Mia vita segreta” del 1942, con il ricordo di come da bambino, alla scuola elementare, lui solo indossasse “…un abitino alla marinara con grosse mostrine dorate e stelle sul berretto”, e solo lui odorasse di “un profumo meraviglioso” e allineasse “su scarpette ben lucidate i bottoncini d’argento”.