Musica
La band di Baltimora ha trasformato l’hardcore da linguaggio di nicchia a fenomeno culturale, ampliandone le possibilità sonore e l’impatto dal vivo, senza perdere intensità
di Fernando Rennis
Fuori dall’Alcatraz, due ragazzi stanno guardando i video del tour dei Turnstile e si chiedono se ce la faranno a salire sul palco. Quello sulle note di “Birds” è diventato un classico dei loro concerti, coinvolgenti a tal punto da far pogare i presenti al Tiny Desk di Npr. Perché avevano ragione i Mogwai: “Hardcore Will Never Die, but You Will”. Le ultime stagioni hanno avuto per colonna sonora bei dischi, come il ritorno di Florence and the Machine, il secondo album in un anno di FKA Twigs, la probabile consacrazione dei Geese, l’ennesima prova di longevità dei Deftones. È un panorama ricco, capace di muoversi su territori diversi senza perdere ambizione. Eppure, tra queste proposte, il fenomeno dell’anno sembra avere un solo nome. I Turnstile hanno preso la struttura del punk hardcore americano e l’hanno riconfigurata in qualcosa di più permeabile, popolare e sorprendentemente condiviso. Le cinque nomination ai Grammy per “Never Enough” non sono un premio alla sola esposizione mediatica, ma il risultato di una trasformazione che ha portato la band di Baltimora fuori dai confini della scena, senza però snaturarne l’istinto.
Tra le migliori live band in circolazione
Dentro l’Alcatraz Brendan Yates macina chilometri sul palco, Daniel Fang guida la batteria con grande potenza, Pat McCrory e Meg Mills intrecciano le chitarre in linee tese e precise, Franz Lyons spinge sul basso lasciandolo respirare. Alcuni momenti restituiscono la forma della serata: “Never Enough” apre con intensità immediata, “Light Design” alterna pause e accelerazioni, “Sunshower” e “Birds” coinvolgono l’intero pubblico. Un pubblico che si lascia infettare dal pogo e dagli stage diving, la conferma di quanto l’espressione «catarsi collettiva» si addice al gruppo nato nel 2010.
Una sola regola: non averne
In studio, i Turnstile applicano la stessa logica. “Never Enough” è un album che spinge quanto fatto in “Glow On” ancora più in là. Il gruppo si apre al mainstream con la melodia e le folate strumentali intrise di collettività, mantenendo una forte spinta alternativa. Una buona sintesi è rappresentata dal brano di apertura, con i suoi riff ruvidi e incisi immediati. “Sole” riprende la formula gettandola in una potente oscurità. “I Care” incorpora con una naturalezza imbarazzante l’elettronica al rock, ricordando in alcuni punti l’eleganza dei Phoenix. “Look Out For Me”, con un inizio alla Talking Heads del ’77, si lancia spericolata in quasi sette minuti di cambi d’atmosfera che alternano violenza ed emotività. Le collaborazioni con Hayley Williams, Dev Hynes e i fiati dei BADBADNOTGOOD si integrano in un flusso imprevedibile. I Turnstile ci parlano dei timori e delle tensioni interne che viviamo in questo periodo storico, la lotta per raggiungere quella libertà che artisticamente i cinque sembrano controllare al meglio. Un intermezzo come “Ceiling”, dal sapore Tame Impala, lo dimostra, soprattutto se a confronto con la claustrofobica “Slowdive” o la riflessiva “Magic Man”, che conclude uno dei dischi dell’anno. La dimostrazione che forse il 2025 ce lo ricorderemo per album coraggiosi e destabilizzanti.