Il Musikverein di Vienna rimane una delle sale simbolo della musica nel mondo. È la casa dei Filarmonici e c’è sempre un misto di tremore e reverenza da parte delle altre orchestre quando vengono invitate qui, anche per un solo concerto. La Staatskapelle di Dresda eccezionalmente arriva per ben tre date consecutive, che si trasformano a tutto tondo in un festival: una festa di suono, tecnica, tradizione e civiltà. A guidare la storica formazione sassone c’è Daniele Gatti, direttore principale. Da poco al timone, in carica fino al 2030. E se questi sono i primi risultati, c’è da sognare immaginando dove si arriverà.
“Parsifal”
Il Maestro milanese confeziona per loro in casa una stagione intensa, sinfonica e operistica – a Pasqua c’era “Parsifal”, a ottobre arriverà un nuovo “Ballo in maschera” – ma punta anche sulle grandi tournée, per confermare il primato della favolosa compagine in tutto il mondo. Quella in corso, con tredici concerti fino ai primi di giugno, approda con una tre giorni a Vienna. Programma bifronte, quasi una bandiera: di qui Verdi, “Messa da Requiem”, di là Wagner, con estratti da “Maestri cantori” e “Parsifal” accostate al Concerto n.1 per violoncello di Saint-Saëns, solista di classe Gautier Capuçon, e “La mer” di Debussy. Piatto ricco, dedizione esecutiva assoluta. Ma non basta. Al pubblico che applaude festoso in piedi, nella sala dorata viennese, Gatti aggiunge un extra: Preludio e Morte di Isotta, dal “Tristano”. Più che bis, è una vera terza parte di concerto.
Il repertorio wagneriano è nelle corde della Kapelle di Dresda, fin dai tempi in cui il compositore dirigeva gli antenati degli orchestrali di oggi. E non parliamo dei direttori a seguire. A tanta storia luminosa Gatti aggiunge un fraseggio rivisitato, che esalta grandi e piccoli disegni, valorizzando la trama polifonica del tessuto, ancora più ricco, ancora più colorato. Spesso usa un gesto a mulinello delle braccia, a chiedere scorrevolezza e naturale procedere in avanti. Se eroici e anticati brillano i “Maestri cantori”, sfrangiato e dolente risuona per contro il Preludio atto terzo di “Parsifal”, con la luminosità del Venerdì santo magico riflessa ideale nella sala del Musikverein: le luci accese, stipata come un uovo, assorta in silenzio commosso.
Verdi
Con Verdi, il cambio d’abito è tangibile: il disegno deve farsi più affilato per dialogare con il testo latino, di eloquenza diretta. Gatti crede nel testo del “Requiem”, lo senti: la spiritualità si riverbera nel significato delle singole parole. “Tremor”, “dies illa”, “leonis”: la prima parte della Messa sprofonda nella paura. Poi dall’Offertorio, con il tempo morbido del panneggio di San Michele, entra piano piano la luce. E se bianco è il colore delle offerte (“Hostias”) nel “Sanctus” glorioso la speranza si fa concreta. Stupenda nelle entrate del Coro, che è il “Singverein”, quello di Karajan, cento e passa dilettanti, ma di professionalità assoluta. Che tesoro per Vienna questa realtà cantante. Che bravura Daniele Gatti, in ogni tappa della tournée del “Requiem” davanti a un coro diverso. Solo un braccio esatto come il suo lo può tenere insieme, solo una lettura smagliante in tutti i dettagli, tutto a memoria.
Elīna Garanča
Non è un caso se una diva come Elīna Garanča accetti di far parte di un viaggio tanto lungo, tanto emozionante, con tappe prossime a Parigi e fino al 4 giugno a Praga. Accanto al mezzosoprano di velluto, il tenore Benjamin Bernheim, perfetto per emissione nasale, come pensava Verdi, e Riccardo Zanellato, che seppure annunciato raffreddato ha tutta la suadenza del basso aristocratico italiano.