Nessuno finora ci ha fatto caso, ma la “Lady” di Shostakovic è la più giovane nella storia di tutti i gloriosi 7 dicembre: la più vicina a noi. Lei, tra le opere andate in scena per l’apertura di stagione da quando il Sant’Ambrogio alla Scala esiste. Ehm, certo, giovane è un termine un tantino largo. Perché di anni ne ha 91. Eppure – se abbiamo fatto bene i conti – vince la corona del titolo più “contemporaneo”, nella gara anagrafica delle inaugurazioni del Teatro milanese. Nel 1951, primo anticipo alla data del santo patrono, che scalfiva l’abituale 26 dicembre di Santo Stefano, con Victor de Sabata sul podio e una ragazza protagonista di nome Maria Callas (si firmava ancora Meneghini) si diedero “I vespri siciliani” di Verdi. Quasi una novità, recuperati dal dimenticatoio. Poi, di lì in avanti, più o meno si mantenne sempre questa linea: predominio di capisaldi dell’Ottocento, molto Verdi, qualche Wagner. Con le eccezioni di Abbado che riscopriva il “Boris” russo e di Muti che schiudeva le porte al Settecento, tra “Zauberflöte” e Gluck, e al raro neoclassico Spontini, noto solo come pizzeria. Fino ad oggi il record di vicinanza al nostro presente lo detenevano a stretto giro, pensate un po’, sembra incredibile, “Turandot” di Puccini, 1924, e “Carmen” di Bizet, 1925. A batterle arriva oggi lei, “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk”, 1934.
Il discorso dell’età, della anagrafe, di quando sia nata un’opera e di quanto disti da noi può sembrare sfizioso, nel momento in cui le cronache vorrebbero invece portarci su altri temi, come ad esempio quello della presenza di vip in sala, come Mahmood, oppure della assenza del Capo dello Stato, peccato, ci mancherà. Temi certo su cui riflettere. Ma poco tangenti rispetto al valore intrinseco e permanente, anzi forse il vero tema portante per dare significato al 7 dicembre della Scala. L’apertura di stagione del Teatro milanese rappresenta infatti l’unica di cui ancora così diffusamente si parli, e non solo in Italia, nel mondo. A dimostrare che – per centellinata costruzione, passo dopo passo, Sant’Ambrogio dopo Sant’Ambrogio – qui si è continuato a credere nel gesto simbolico di una data. Di un titolo. Di una serata. Puntando di volta in volta sul peso del direttore, del cantante protagonista, del regista, oppure della squadra tutta insieme.
Ebbene, finora non è stato notato che la vera e più importante caratteristica della “Lady Macbeth del distretto di Mcsensk” di Dimitri Shostakovic al debutto tra poche ore e trasmessa in diretta su Rai1 e Rai Radio3, in collegamento nel mondo grazie a ARTE, RSI, NHK, Medici TV, con Sara Jakubiak nel ruolo del titolo, Riccardo Chailly sul podio e Vasily Barkhatov alla regia, sta nel merito di aver spostato un pochino più in là la stanghetta del tempo: della distanza tra noi e l’opera che ascoltiamo. Il tema è fondamentale, nel momento in cui crediamo nella necessità di un presente per il teatro in musica. Certo, qualcuno potrebbe ribadire che a volte Monteverdi, andando proprio alle origini, ci parla in maniera più contemporanea rispetto a quanto scritto a poca distanza. Eppure il vibrante e imprevisto successo alla Scala di due prime assolute, nella stagione appena conclusa, “Il nome della rosa” di Francesco Filidei e “Anna A.” di Silvia Colasanti, sta lì a dimostrare che forse è arrivato il momento, ne abbiamo bisogno: costruire un 7 dicembre su un’opera nuova. Che diventi nell’elenco dei Sant’Ambrogio la più giovane in assoluto. Per restituire un significato diverso a questo bel termine, “inaugurare”, tanto prezioso e ricco di sguardi verso il futuro. Un azzardo? No. Piuttosto un ritorno all’antico (torniamo all’antico e sarà un progresso, diceva Verdi). Nel 1778 il teresiano Teatro alla Scala, nuovo nuovo, fresco di costruzione del Piermarini, si apriva con “L’Europa riconosciuta” di Salieri. Allora usava così. Però ecco, magari questa volta facendo tesoro, scegliamo bene, scegliamo Mozart.