Evita gli scalpori di Biennale Arte, con la donna-batacchio alla campana e le code di spettatori per applaudirla. E scansa insieme anche il glamour dei tappeti rossi del cinema, perché pur celebrato divo non è Keiji Haino, il giapponese Leone d’oro della Biennale Musica: quando dichiara di preferire la ghironda, su tutti gli strumenti, gli studenti che lo ascoltano incantati, nella scintillante Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, si chiedono dubbiosi se ghironda non sia un derivato di ghiro.
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Ennio Morricone e i Tallis Scholars
Così plana divertente ma pallida la stagione firmata da Cristina Barbieri, al secondo e ultimo anno di Festival, dove sembra aver pensato prima al titolo e poi ai contenuti, arrivando in corsa ad un programma smilzo: “A child of sound”, il bambino sonoro o il suono bambino messo nell’intestazione a bandiera, vanta protagonisti Ennio Morricone e i Tallis Scholars: monumenti. In grado di graffiare ancora. Ma datati assai, qui dove si cerca il nuovo.
Nascono nel 1988 i dieci minuti scarsi di “Musica per una fine” del padre delle colonne sonore più originali del nostro tempo. La partitura per Coro a quattro voci miste e Orchestra era rimasta fino all’anno scorso ineseguita negli archivi di SZ Sugar, pur vantando lo smeriglio della voce registrata di Pier Paolo Pasolini, ritrovata in un nastro mentre legge un proprio testo abbinato: assoluto, tagliente, pacato, di amarezza sconfinata. “L’intelligenza non avrà mai peso, mai, nel giudizio di questa pubblica opinione”, recita l’attacco, dattiloscritto sui margini bianchi dei pentagrammi. Già proposta da ORT in esecuzione accurata (disponibile online) viene scelta da Biennale Musica come esile perno di una serata al Teatro Goldoni, abbinata a due Bach arcinoti dalla “Passione secondo Matteo” e a un Bach/Webern. Tutto giusto, motivato dalle radici bachiane del Salmo XVII che Morricone mette in musica. Ma eseguito con superficialità dagli strumentisti del PCME, Parco della Musica Contemporanea Ensemble.
Nitore immacolato, virtuosismo di intonazione esatto, aderenza millimetrica al segno arrivano invece con i Tallis Scholars nella Basilica di San Marco: diventano loro l’evento di questa Biennale Musica, grazie al luogo, alla bravura, al programma cucito sul filo di una manciata di mottetti ricamati dalla medioevale Ildegarda e intrecciati con la polifonia aspra e contemporanea di Arvo Pärt. Quattro voci femminili angeliche si fondono in un unisono d’oro. Una di loro, la più acuta, non fa rimpiangere la indimenticata Deborah Roberts e vola nel “Miserere” di Allegri. Il gruppo si dispone a quinta, ma solo qui: Monteverdi ai tempi osava di più. L’acustica risponde a meraviglia, grazie alla bravura di Peter Philips: fondatore del gruppo, tra i pionieri della riscoperta rinascimentale a Oxford, inizio anni Settanta, visto da vicino è esemplare per essenzialità del gesto. La concertazione è un’intesa di sguardi, di esercizio, di voci sempre in ascolto. A Venezia è trionfo.
Dagli ori di Bisanzio al quadrato di cielo limpido del chiostro delle Convertite il passo è breve, basta attraversare il canale della Giudecca. Ma la distanza emotiva non potrebbe essere più abissale. Nel cortile del carcere femminile veneziano, da un anno affidato al nuovo direttore Maurizia Campobasso, scendono alcune delle detenute che hanno seguito per sei mesi un programma di lavoro musicale con cinque giovani selezionati di Biennale College. Tre ore di domenica pomeriggio, tra silenzi pesanti, poesie e canti nuovi, mani e sguardi da sopra, alle inferriate. Fremono anche i cuori più ossidati. Mentre il resto della Biennale è “ambient” che resta in superficie: Alif Hilal con frammenti di esperimenti vocali, Marta De Pascalis ripetitiva, Francesco Messina e fogli d’album minimalisti. Da non ripetere i 75 minuti all’organo di Sarah Davachi, Leone d’argento, tra “cluster” eterni, sgradevoli nel timbro, armonie fisse senza disegno. Pubblico sonnecchiante, al Teatro Piccolo Arsenale, e un minuto scarso di clap clap. A fine mese si attende il nome del nuovo direttore della sezione Musica: pare venga dal cielo. Incrociamo le dita.