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I Pulp ci insegnano a invecchiare bene

Pop

Gli eroi del Britpop sono tornati in ottima forma. “More” è il primo album in studio dopo 24 anni, uno dei migliori della loro discografia

di Fernando Rennis

Jarvis Cocker ha passato la vita a rimandare, a prendersi il suo tempo. Ma sotto quella lentezza apparente, c’è sempre stata una tensione creativa costante, nata nei sobborghi di Sheffield e cresciuta con l’eco dei Beatles nelle orecchie. Fin da ragazzo sapeva che voleva stare su un palco: non per fama, ma per esistere in modo più pieno, più vero. Così sono nati i Pulp, tra concerti nei pub, paghe in hamburger, e sogni infilati in quaderni a righe. Col tempo, il gruppo ha trovato la sua dimensione: tagliente, lucida e imperfetta. Ma è solo negli ultimi anni che Cocker ha davvero abbassato la guardia. Dopo la morte della madre, la perdita del bassista Steve Mackey e una relazione finita, è arrivata una nuova fase: l’occhialuto cantante ha scoperto che scrivere senza sentimenti non funziona.

Da qui nasce “More”, il primo album dei Pulp dopo ventiquattro anni. Non è un ritorno nostalgico, ma un disco che parla del presente: del tempo che passa, dell’amore che cambia forma, della meraviglia che ci dimentichiamo di provare. C’è il suono di una casa silenziosa, l’odore dei biscotti e delle cose semplici. È un invito a sentirsi vivi, prima che sia tardi. Stavolta Cocker ha smesso di pretendere il controllo, senza rinunciare alla profondità. “More” non è solo un album, è una dichiarazione: siamo ancora qui, possiamo ancora creare, possiamo ancora sentire. E forse è proprio questo il segreto: non smettere di cercare la bellezza, anche quando sembra nascosta. Anche quando sembra finita.

Inni per il nord dell’Inghilterra

Quando i Pulp si sono riformati per la seconda volta e sono andati in tour nel 2023 hanno cominciato a provare una nuova canzone, “Hymn of the North”. Nel bel mezzo dell’anno successivo l’idea di un album era già ben definita e a novembre, in tre settimane londinesi di registrazione, aveva assunto i contorni di una vera e propria opera corale: la musica di una canzone è stata scritta da Richard Hawley, un’altra da Jason Buckle. La famiglia Eno canta i cori in un brano e, poi, ci sono arrangiamenti per archi scritti da Richard Jones e suonati dall’Elysian Collective.

Le parole più ricorrenti negli undici episodi di “More” sono «tempo» e «amore», concetti che si infrangono in una realtà fatta di gente comune, come chi è costretto a vivere vicino all’autostrada perché pendolare. D’altronde, per un gruppo nato proprio mentre il thatcherismo prendeva forma, l’ironia e l’intimità sono armi rodate con cui frantumare i danni del neoliberismo, soprattutto quelli con cui la parte settentrionale del paese fa ancora i conti.

Un grande ritorno

«Esisto per fare questo, gridare e puntare il dito», canta Cocker nella disco orchestrale che apre “More” e ispirata allo storico concerto degli Stone Roses a Spike Island nel 1990. Lo fa benissimo nella malinconica “Tina”, su una cotta di lunga data, nella fuliggine glam che si è posata sulla riflessione amara sul diventare adulti in “Grown Ups”, nei cuori spezzati della teatrale e toccante “Slow Jam”. Se “Farmers Market” è forse l’apice , la potenza di “Go to Have Love” e la beatlesiana “The Hymn of the North” confermano che quello dei Pulp è un grande ritorno.

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