Rock
Tutto esaurito al Circolo Magnolia per la band più di tendenza di New York
La band di Brooklyn, nuovo oggetto di culto dell’indie internazionale, ha debuttato in Italia all’interno di Unaltrofestival 2026. Tra l’hype dell’ultimo disco e qualche pettegolezzo, una certezza: dal vivo questi quattro ragazzi sanno suonare davvero.
Chiedilo al Sole
Domande di approfondimento generate da 24Ore AI
La prima volta in Italia
Il primo concerto dei Geese in Italia è stato una doppia sorpresa. La prima: riuscire a fare il tutto esaurito al Circolo Magnolia nella settimana del dopo Ferragosto, per di più nell’estate che sembra intenzionata a battere ogni record di temperatura conosciuto alla civiltà occidentale. La seconda, più importante: al netto di tutto quello che nell’ultimo anno è stato detto, scritto e spettegolato sulla band più di tendenza di New York, i Geese sanno suonare proprio bene. Sembra una constatazione modesta dopo mesi di titoli che li hanno promossi a nuovi salvatori del rock’n’roll: il loro ultimo disco, Getting Killed, uscito nel 2025, è finito in cima alle classifiche di fine anno del New York Times; il Guardian li ha già investiti del ruolo che ciclicamente tocca a qualche giovane band con le chitarre; intorno al gruppo e al frontman – Cameron Winter, bel tenebroso con chioma folta e lunga come da copione – si è costruita una mitologia fatta di paragoni altisonanti, come se i Geese non potessero essere semplicemente “i Geese”. A complicare ulteriormente le cose è arrivata poi la questione Chaotic Good, agenzia di marketing digitale che ha lavorato sia con i Geese sia con Winter (che ha pubblicato anche un album da solista nel 2024): quando è emerso che la società aveva curato campagne online per entrambi, si sono moltiplicate le accuse di “industry plant” e di “psyop”, ovvero il sospetto che una parte dell’improvvisa esplosione dei Geese fosse stata costruita a tavolino. Tutto interessante e tutto possibile, almeno finché, verso la fine del concerto, non parte il singolo Taxes e, a tutte queste storie, vien da dire un altrettanto altisonante “chissenefrega”.

Foto Andrea Cazzulli

Foto Andrea Cazzulli
Nell’unica data italiana, il 19 agosto, dentro il cartellone di Unaltrofestival 2026, il quartetto di Brooklyn ha suonato per un’ora e mezza con una attitudine che non aveva niente di fasullo. Forse non sarà stato tutto perfetto, ma le canzoni riuscivano nella nobile arte del cambiare forma rispetto al disco, sporcandosi, rallentando e accelerando. Tutti bravi insomma: Max Bassin alla batteria, Dominic DiGesu al basso, Emily Green alla chitarra, oscillanti tra distorsioni cattive e melodie sognanti. Insieme al quartetto, Sam Revaz, il tastierista che li accompagna dal vivo. E poi naturalmente, su tutti, Cameron Winter, classe 2002: voce intensa ma mutevole, presenza teatrale, e quella disinvoltura da anti-divo che tanto piace alla Generazione Z. Così anti-divo da chiedere a un ragazzo del pubblico se sapesse suonare qualcosa. Alla risposta «So suonare la batteria», Winter lo ha fatto salire sul palco, Bassin gli ha ceduto il posto e, tra gli applausi, il ragazzo ha suonato Bow down insieme al resto della band. Trent’anni fa, l’Eddie Vedder di turno si sarebbe lanciato dal palco sulla folla: cambiano modi e tempi, ma il senso è lo stesso, quello di accorciare la distanza tra chi sta sul palco e chi gli sta davanti. È forse questo, più dell’estetica da eredi degli Strokes – cui spesso vengono accostati – a spiegare perché i Geese sembrino qualcosa di più di una band azzeccata dal marketing.
In Cowboy nudes, 100 horses, Au pays du cocaine e Fantasies/Survival si sente una capacità di costruire melodie memorabili.
Dunque, salvatori del rock o semplice fenomeno amplificato da chi ci sa fare con gli algoritmi?