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Flea e i suoi racconti dell’età del jazz

Pop

Michael Peter Balzary aveva promesso a sé stesso di incidere un disco jazz prima dei sessant’anni. Ce l’ha fatta con “Honora”

di Fernando Rennis

Flea corre per Hollywood tutte le mattine. Ormai sobrio da trent’anni, consuma le sue scarpe sull’asfalto di Cahuenga Boulevard. Nato Michael Peter Balzary a Melbourne nel 1962, cresciuto nei quartieri difficili di Los Angeles in un’infanzia segnata dall’instabilità e dalla violenza domestica, ha trovato nella musica prima un rifugio e poi una professione. Il patrigno Walter Urban Jr., contrabbassista jazz, teneva jam session nell’appartamento di famiglia a Larchmont, nello stato di New York, e il piccolo Michael restava ad ascoltare. Aveva cominciato a suonare la tromba, poi sono arrivati il basso, i Red Hot Chili Peppers, gli stadi. Ma nel 1991, sul set di Belli e dannati di Gus Van Sant – dove Flea aveva una parte nel cast, insieme a River Phoenix e Keanu Reeves – l’idea di un disco con la tromba, qualcosa che lo facesse tornare al jazz, assume i contorni di una promessa.

Due anni di hotel e scale

Quando si è avvicinato ai sessant’anni, Flea si è imposto una regola: esercitarsi alla tromba ogni giorno per due anni, nel mezzo del tour mondiale dei Red Hot Chili Peppers tra il 2022 e il 2024, e al termine di quel periodo registrare un album qualunque fosse stato il risultato. Non aveva nemmeno la sicurezza che sarebbe migliorato, ma la costanza era invidiabile: per tenere fede all’obiettivo, si è trovato molto spesso a esercitarsi nelle camere d’albergo. La spinta definitiva gliel’ha data una frase letta in un’intervista a Neil Young: «Ho fatto dischi mediocri e li ho pubblicati lo stesso, perché fallire è importante». Per prepararsi sul serio, Flea si è iscritto a lezioni con Rickey Washington – sassofonista, padre di Kamasi Washington, conosciuto tramite il figlio – che lo ha guidato a cantare e suonare i brani in tutte e dodici le tonalità, imparando per via intuitiva prima che accademica. “Honora” è il titolo che omaggia un membro della famiglia scelto per il disco attorno al quale si è raccolta una formazione di musicisti che gravitano attorno alla scena jazz di Los Angeles e all’etichetta International Anthem: Jeff Parker alla chitarra, Anna Butterss al contrabbasso. Così, Flea riprende il discorso cominciato con l’Ep “Helen Burns” del 2012, in cui fondeva elettronica, jazz e spirali avanguardiste.

La tromba, il basso e una passione per gli strumentali

Apre il disco “Golden Wingship”, che lascia posto al ritmo sincopato di “A Plea”, con un blando testo sul disagio politico. “Traffic Lights” è scritta assieme a Josh Johnson e Thom Yorke; infatti, ricorda una versione meno convulsa degli Atoms for Peace. Sono due dei sei brani originali di “Honora”, che si completa con cover di George Clinton ed Eddie Hazel, Jimmy Webb, Frank Ocean, Shea Taylor e Ann Ronell. Tra queste, una delle più riuscite è “Thinkin Bout You”. Ascoltandola, è straniante sapere che Flea si è sempre ritenuto un musicista scarso ma conferma anche quanto sembri un tipo profondamente sincero, sia quando chiacchiera con Rick Beato, sia con la maglietta di “Cosmogramma” di Flying Lotus a parlare degli inizi nel documentario di Netflix “The Rise of the Red Hot Chili Peppers: Our Brother, Hillel”. Nel disco, la voce di Nick Cave duetta con la tromba di Flea in “Wichita Lineman”, l’ennesima dimostrazione che i due musicisti hanno un rapporto sereno, sia artistico sia personale, con il tempo che scorre. Non sarà un disco indimenticabile, ma “Honora” offre alcuni momenti davvero emozionanti.

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