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Eurovision: trionfa l’Austria con JJ, Israele fa discutere

Eurovision Song Contest

Lucio Corsi è quinto, ultimo Gabry Ponte per San Marino. Finale tra polemiche, coreografie improbabili e voti misteriosi

di Cristiana Gattoni

C’è un momento, all’Eurovision Song Contest, in cui tutto diventa più chiaro. Non è durante le canzoni (quasi mai), né quando si chiude il televoto. È quando, a spettacolo finito, ti ritrovi a canticchiare Waterloo degli ABBA e non ricordi mezza strofa del brano vincitore. È lì che capisci cos’è davvero l’ESC: un evento in cui il centro dell’attenzione potrebbe essere diverso da quello che ci si aspettava.

A trionfare, alla St. Jakobshalle di Basilea, è stata l’Austria con JJ: nome all’anagrafe Johannes Pietsch, 24 anni, padre austriaco e madre filippina, voce da controtenore e una predilezione dichiarata per quel genere che mescola, senza troppi formalismi, opera e pop music. Si è esibito su una finta barchetta in un finto mare in tempesta, e non ha lesinato né sugli acuti, né sull’interpretazione drammatica dell’amore tormentato. Il pubblico ha applaudito, in conferenza stampa lui si è commosso con moderazione, e ha dichiarato che gli piacerebbe condurre la prossima edizione che – come da regolamento – sarà organizzata in Austria. In realtà, tutti scommettono che sul palco ci finirà probabilmente Conchita Wurst, creatura perfetta da Eurovision, ancora oggi inarrivabile nella categoria “simboli con tenuta nel tempo”.

Dietro JJ, Israele. Una posizione che ha fatto discutere. Soprattutto per ciò che non si è potuto dire: le tv erano state invitate a minimizzare il dissenso sulla presenza israeliana – presente, dentro e fuori dalla St. Jakobshalle. Tutto è filato via liscio in apparenza, ma la narrazione “uniti dalla musica” ha mostrato qualche inevitabile cedimento.

(Corinne Cumming_EBU)

Tra le performance, le più attese hanno deluso, e le più bizzarre sono entrate nei cuori del pubblico. La Spagna, data tra le favorite, è finita terzultima. Le lettoni Tautumeitas sembravano tritoni usciti da un acquario tropicale, la maltese Miriana Conte una cubista venuta da un’altra dimensione, mentre gli islandesi Væb hanno fatto rabbrividire chiunque associ l’Islanda a Björk e ai Sigur Rós. All’Arena plus di Basilea – lo stadio cittadino, dove lo show è stato seguito su maxischermo da 36mila persone – ha entusiasmato di più il dj locale (Antoine) che mixava Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri, che non l’omaggio degli svedesi Kaj alla sauna o le urla vagamente soft-core della Finlandia (rappresentata da Erika Vikman, che evocava amplessi sospesa a un microfono gigante): match nordico da stereotipo, sensualità contro vapore. Ai punti hanno vinto i secondi, per l’entusiasmo del pubblico la prima. Quanto all’estone Tommy Cash, arrivato terzo, non si può negare la sua capacità di intrattenere: ma della sua Espresso macchiato – parodia dell’Italia diventata virale – nessuno parlava più già al momento di fare colazione, domenica mattina.

(Sarah Louise Bennett / EBU)

Arriviamo dunque all’Italia, quella vera: Lucio Corsi, coerente nel suo aplomb indie, ha chiuso quinto. Raffinato, fuori luogo, poetico: probabilmente il massimo che si potesse ottenere restando se stessi. San Marino, con Gabry Ponte, è arrivato ultimo. Ma con un concerto a San Siro già sold out per il 28 giugno, il bilancio è salvo. La giuria italiana non ha votato per lui? Pazienza. L’Eurovision è anche questo: logiche sfuggenti, punteggi inspiegabili e una certa tendenza all’ingiustizia spettacolare. A proposito: gli zero punti alla Svizzera dal televoto – proprio nella sua Basilea – restano uno dei misteri della serata. Così come i dodici assegnati dalla giuria italiana alle inglesi Remember Monday, tra le partecipanti meno difendibili di tutta la manifestazione. Altro enigma della finalissima è stata Céline Dion, vincitrice dell’Eurovision nel 1988 (cui partecipò proprio per la Svizzera): la sua presenza era stata data per certa dai soliti bene informati, a un certo punto si è diffusa la notizia che il suo jet fosse atterrato a Basilea, e poi nulla. Giusto per aggiungere altri pettegolezzi a una kermesse che, col pettegolezzo, ci gioca a più non posso.

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