La vera anima di Calcutta è quella del cantautore raffinato o dell’hit-maker da TikTok? La risposta a questa maliziosa domanda è: probabilmente entrambe le soluzioni. Perché un concerto di Calcutta, come quello sold-out al Palazzetto dello Sport di Roma di ieri, è un rito collettivo di psicoanalisi per trentenni (e non solo). Ci sono gli smartphone, che illuminano il parterre, che riprendono frame dopo frame ogni istante del concerto per i follower. Ma c’è soprattutto un coro di migliaia di voci che all’unisono annullano la voce del cantautore di Latina. Ritornello per ritornello, strofa per strofa, parola per parola: tutti cantano a squarciagola gli album di Calcutta, da “Mainstream” a “Evergreen” a “Relax”.
Il paragone con un karaoke di massa potrebbe essere denigrante ma in questo caso non è assolutamente così. Pubblico e performance sul palco si mescolano in un’unica liturgia pagana in cui il celebrante Calcutta si eleva a principe di un anti-pop che piace a tutti. La musica è catchy (ma non troppo) e accompagna testi mai banali dove si grida che “siamo tutti falliti”, che “non ero mai finito a letto con una di destra”, che “forse i leghisti lì in riva al Po non hanno più un capobranco” e che “se non esistessero i soldi, noi due dove saremmo? Non si farebbe Sanremo, forse è anche meglio così”. E tutti cantano, ancora e ancora.
Non servono nemmeno luci stroboscopiche o troppi effetti speciali, basta una band a riempire il palco di suoni e canzoni d’autore. La magia è quasi la stessa del 26 febbraio del 2016, quando vidi per la prima volta Calcutta in concerto per il suo tour d’esordio. Il biglietto costava 5 euro (pensate un po’ a come cambiano i tempi) e la sala conteneva circa 500 persone. E oggi, come sette anni e mezzo fa, tutto è uguale. Già all’epoca Calcutta non riusciva a cantare perché la voce del pubblico sovrastava la sua.
E ora questi cinque anni di attesa, trascorsi dalla pubblicazione di “Evergreen” a “Relax”, sono stati evidentemente ben spesi. In mezzo a tanta, talvolta troppa, musica usa e getta, un po’ di lunghe attese servono. E di tormentoni estivi, al momento, non si vede nemmeno l’ombra. Per fortuna nella musica italiana c’è Calcutta, che ci ricorda che ci vuole relax per scrivere brani evergreen per essere mainstream ma non troppo.