video
play-sharp-fill

Sanremo 2025, Antonello Venditti si prende la finale. È stato il Festival dell’età «giorgiana»

La cronaca in diretta

Sanremo 2025, Antonello Venditti si prende la finale. È stato il Festival dell’età «giorgiana»

Ultimo atto per il «Carlo Conti quater», nel segno della tradizione ma premiato dagli ascolti. Un po’ di coraggio in più non avrebbe guastato

di Francesco Prisco

3′ di lettura

Arriva la finale ed è già tempo di bilanci, per questa 75esima edizione del Festival della canzone italiana che aggiorna, inevitabilmente, i record Auditel delle precedenti cinque. Per usare un eufemismo: non è stato un Sanremo innovativo, ma nessuno si aspettava il contrario. Perché questa è l’«età giorgiana», c’è Giorgia all’Ariston e c’è Giorgia pure a Palazzo Chigi. Carlo Conti si è dichiarato antifascista, ma non inviti a cena lui se vuoi organizzare la Rivoluzione, se vuoi stravolgere un format, trasformare la kermesse nazionalpopolare per eccellenza in teatro agit-prop. Perché Carlo Conti, televisivamente parlando, è una guida sicura, significa continuità con la tradizione.

L’uomo della continuità

Fu così nel precedente suo triennio (2015-2017), quando il conduttore toscano succedeva alla destrutturazione di Fabio Fazio. È stato così quest’anno, al termine di un quinquennio Amadeus di grandi numeri, ma anche grandi monologhi (Benigni nel 2020 e nel 2023), grandi polemiche (il «passo indietro», il bacio Lgbt in diretta), grandi grane (il caso Meta, il caso Travolta). Quest’anno non abbiamo visto niente di tutto questo: il Festival si è «asciugato» sul piano del racconto televisivo, arrivando a durare numerosi quarti d’ora in meno, ma non per questo sembra averne risentito in termini di ascolti e di investimenti pubblicitari. Ed è un bene.

Un Festival «asciugato»

Niente monologhi, Conti l’ha detto sin dalla prima conferenza stampa. Benigni ha fatto giusto un’apparizione flash, le polemiche (la Bella stronza di Fedez, la collana di Tony Effe) facevano abbastanza sorridere rispetto ai trascorsi. La politica, tolto il discorso di Benigni e qualche rabona di Geppy Cucciari, la abbiamo vista col binocolo. Pare evidente che questo fosse il mandato di zio Carlo, siamo pur sempre in età giorgiana. Sulla gestione ospiti, il trend è in linea con le precedenti edizioni: cash da bonificare non ce n’è più, e da tempo. Chi appare sul palco dell’Ariston o promuove un programma Rai (lo ha fatto persino Benigni), o ha qualcosa di suo da promuovere (l’album di Jovanotti, il tour italiano dei Duran Duran), o ritira un premio (Antonello Venditti, ancora i Duran Duran). Con qualcuno si esagera: Mahmood co-conduce nella serata dei duetti con uno stile che ricorda quello del leggendario Sanremo dei «figli di papà» ma canta pure, poi riappare nella finale e ri-cantare pure. A livello della costruzione del concorso, il direttore artistico a re-istituito la categoria Nuove proposte, vinta da Settembre.

La proposta musicale

E arriviamo alla proposta musicale: anche quic, tolta qualche notevole eccezione (Brunori Sas, Lucio Corsi, Willie Peyote, mettiamoci pure Shablo), non è stato un Festival memorabile. Il filo diretto con le case discografiche, cominciato con l’ultimo Sanremo di Claudio Baglioni e grazie al quale c’è stato un riavvicinamento tra Sanremo e il mercato dello streaming, Conti lo ha abbastanza mantenuto. L’urban è la musica di riferimento oggi in Italia: in gara c’erano dieci artisti urban (undici, se contiamo anche Emis Killa che s’è ritirato), ma sette di loro cantavano pezzi pop. Non si capisce se perché è in atto il tanto atteso cambio di repertorio o se per precisi ordini di scuderia. C’erano cinque ragazze dell’electro pop contemporaneo che si sarebbero potute tranquillamente scambiare tra loro le canzoni senza che nessuno si accorgesse di niente. Tanto è notorio che le canzoni del Festival le scrivono spesso e volentieri le stesse persone. Un po’ di coraggio in più, in direzione delle prossime edizioni, non guasterebbe.

Riproduzione riservata ©

condividi

© 2023 Radio Vacri